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La stampa scrive

La sentenza della Consulta n. 223/12 è chiara, pertanto se tutto rimane immutato per il personale della scuola in regime di TFS, in verità, fino a 10.000 euro possono essere restituiti al personale precario e di ruolo che è stato assunto e ha prestato servizio nell’ultimo decennio, in regime di TFR. Scrivi a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. per ricevere la diffida e le istruzioni operative per ricorrere anche contro il blocco del contratto.

L’art. 1, cc. 98-100 della legge n. 228/12 ha cessato la materia del contendere rispetto alla richiesta di restituzione della trattenuta del 2,5% da parte di chi (assunto prima del 2001) era transitato dal regime TFS al regime TFR dal 1° gennaio 2011 a causa dell’applicazione dell’art. 12 c. 10 della legge 122/2010, dichiarata incostituzionale, perché riporta il TFS alla precedente aliquota del 9,60%, ma non può essere applicata ai neo-assunti dopo il 2001 o ai precari. Per questi lavoratori che in virtù del D.P.C.M. del 20.12.1999, a partire dal 1 gennaio 2001, sono passati dal regime di TFS al regime di TFR regolato dall’art. 2120 del Codice civile per i privati, con la nuova aliquota del 6,91%, non si sarebbe mai dovuto applicare “il contributo previdenziale obbligatorio nella misura del 2,5 per cento della base retributiva previsto dall’art. 11 della legge 8 marzo 1968 n. 152 e dall’art. 37 del DPR 1032/1973 n. 1032”, come statuito dal comma 2 dello stesso articolo 1 del decreto. La ratio è spiegata dalla stessa Corte costituzionale: lo Stato, in quanto datore di lavoro, non può versare un TFR inferiore a quello di un’azienda privata. E poiché lo Stato ha trattenuto dalla busta paga indebitamente questi soldi negli ultimi dieci anni, è tenuto ora a restituirli. Soltanto nella scuola, sono oltre 250.000 i possibili beneficiari, la metà degli assunti nel pubblico impiego.

Il primo passo, prima di intraprendere la via giudiziaria, riguarda l’invio di una nuova diffida che il sindacato mette a disposizione gratuitamente per tutto il personale della scuola neo-assunto dopo il 2001 o precario in regime di TFR che lo richiederà scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Nell’oggetto si dovrà indicare “richiesta diffida regime TFR post 2001 (se assunti a TI dopo il 1° gennaio 2001)” oppure “richiesta diffida regime TFR precario (se con contratto a TD negli anni 2011 e 2012)”, mentre nel testo si dovranno riportare i propri dati anagrafici e i recapiti telefonici. Ai fini della corretta individuazione dell’importo di cui si chiede la restituzione, si consiglia di verificare tutti i cedolini, mese per mese, ricevuti nei dieci anni precedenti la data dell’invio della diffida e di sommare gli importi presenti alla voce “Ritenute”, OP. DI PREV./TFR.

Lo stesso modello nei prossimi giorni sarà fornito dalla Confedir a tutti i dipendenti e ai dirigenti pubblici.

In caso di esito negativo, dopo i termini preventivati, ogni interessato riceverà le istruzioni operative per ricorrere al giudice del lavoro e recuperare le somme spettanti. Sarà possibile in quella sede, richiedere contestualmente anche lo sblocco degli scatti di anzianità e del contratto, bloccati da una legge che, per quanto riguarda gli effetti sullo stipendio dei magistrati e degli avvocati dello Stato, è stata dichiarata incostituzionale. Chi ha già inviato la diffida, interrompendo così la data di prescrizione decennale del credito, riceverà nei prossimi mesi le istruzioni per ricorrere.

 

Approfondimenti

 

D.P.C.M. 20.12.1999

2. A decorrere dalla data dell’opzione prevista dall’art. 59, comma 56, della legge n. 449 del 1997 ai dipendenti che transiteranno dal pregresso regime di trattamento di fine servizio, comunque denominato, al regime di trattamento di fine rapporto non si applica il contributo previdenziale obbligatorio nella misura del 2,5 per cento della base retributiva previsto dall’art. 11 della legge 8 marzo 1968, n. 152, e dall’art. 37 del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1032. La soppressione del contributo non determina effetti sulla retribuzione imponibile ai fini fiscali.

 

Legge 228/12, cc. 98-100

98. Al fine di dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale n. 223 del 2012 e di salvaguardare gli obiettivi di finanza pubblica, l’articolo 12, comma 10, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, è abrogato a decorrere dal 1° gennaio 2011. I trattamenti di fine servizio, comunque denominati, liquidati in base alla predetta disposizione prima della data di entrata in vigore del decreto legge 29 ottobre 2012, n. 185, sono riliquidati d’ufficio entro un anno dalla predetta data ai sensi della disciplina vigente prima dell’entrata in vigore del citato articolo 12, comma 10, e, in ogni caso, non si provvede al recupero a carico del dipendente delle eventuali somme già erogate in eccedenza. Gli oneri di cui al presente comma sono valutati in 1 milione di euro per l’anno 2012, 7 milioni di euro per l’anno 2013, 13 milioni di euro per l’anno 2014 e 20 milioni di euro a decorrere dall’anno 2015. All’onere di 1 milione di euro per l’anno 2012 si provvede mediante corrispondente riduzione della dotazione del Fondo per interventi strutturali di politica economica di cui all’articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307.

99. I processi pendenti aventi ad oggetto la restituzione del contributo previdenziale obbligatorio nella misura del 2,5 per cento della base contributiva utile prevista dall’articolo 11 della legge 8 marzo 1968, n. 152, e dall’articolo 37 del testo unico delle norme sulle prestazioni previdenziali a favore dei dipendenti civili e militari dello Stato di cui al decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1032, si estinguono di diritto; l’estinzione è dichiarata con decreto, anche d’ufficio; le sentenze eventualmente emesse, fatta eccezione per quelle passate in giudicato, restano prive di effetti.

100. Restano validi gli atti e i provvedimenti adottati e sono fatti salvi gli effetti prodottisi ed i rapporti giuridici sorti sulla base delle norme del decreto-legge 29 ottobre 2012, n. 185, recante «Disposizioni urgenti in materia di trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici» non convertite in legge.

 

 

 

Termini di prescrizione del credito

 

La perdita del diritto alla riscossione del credito si determina nel caso in cui il proprio diritto non venga esercitato per un delimitato periodo.

I tempi di prescrizione vengono definiti a seconda della tipologia del credito ed in generale, salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, il credito si prescrive in 10 anni (art. 2946 c.c).

Il decorso della prescrizione del credito può essere interrotto con la notifica al debitore di un atto con cui il creditore manifesti in maniera esplicita la propria intenzione di interrompere il decorso della prescrizione oltreché costituire in mora il debitore.

Dalla data di ricezione di tale atto il termine di prescrizione ricomincerà a decorrere.

Fonte: Scuola Informazione

 

Prosegue l'iter del concorso a cattedra Le prossime settimane saranno importanti anche per coloro che partecipano al concorso in virtù di un'istanza cautelare, che hanno presentato ricorso avverso il punteggio della prova preselettiva, che attendono l'esito del controllo dei titoli di accesso, o che devono ancora presentare i Titoli valutabili. 

Consultazione prova preselettiva

Dall'08 gennaio 2013, tutti i candidati che hanno partecipato alla prova preselettiva del concorso a cattedra, svolta il 17 e 18 dicembre 2012, potranno consultare la propria prova attraverso la pagina personale di Istanze on line, attraverso le credenziali (username e password già in possesso) Avviso del 27 novembre 2012

La pagina di Istanze on line

Le date delle prove scritte

Saranno comunicate con apposito avviso sulla Gazzetta Ufficiale del 15 gennaio 2013. L'elenco delle sedi d'esame, con la loro esatta ubicazione e con l'indicazione della destinazione dei candidati distribuiti in ordine alfabetico verrà invece comunicato dagli Uffici scolastici regionali competenti almeno quindici giorni prima della data di svolgimento delle prove tramite avviso pubblicato nei rispettivi albi e siti internet, nonché sulla rete intranet e sul sito internet del Ministero ( www.istruzione.it ). Detto avviso ha valore di notifica a tutti gli effetti.

La data è prevista per metà febbraio, come indicato dal Ministro stesso nella videochat del 19 dicembre 2012 Concorso a cattedra: prova scritta a febbraio

In Valle d'Aosta già il 15 gennaio si terrà la prova per l'accertamento della conoscenza della lingua francese. La prova di francese per il concorso a cattedra in Val d'Aosta sarà il 15 gennaio

Le modalità di svolgimento delle prove scritte

N. B. per le prove scritte di Lingue (classi di concorso A245/A246 - A345/A346) il Ministero ha emanato il 28 dicembre 2012 un'apposita FAQ

29) Dall'esame dei programmi allegati al bando di concorso (del D.D.G. 82 del 24 settembre 2012) relativi all'Ambito 5 – lingua inglese e francese – si rileva l'assenza totale dei contenuti per la prova scritta.

Per il programma e i contenuti della prova scritta dell'Ambito 5 deve farsi riferimento a quanto previsto e chiarito per la prova orale. Entrambe le prove dovranno essere svolte nella lingua straniera della relativa classe di concorso.

Tutti i programmi sono consultabili a questo link

Controllo dei titoli di accesso

Gli Uffici Scolastici avranno il compito di controllare la validità del titolo di accesso presentato nella domanda di partecipazione.

Il bando del concorso, DDG n. 82 del 24 settembre 2012 dispone infatti all'art. 2 comma 8 che la partecipazione di tutti i candidati potesse avvenire con riserva di accertamento del possesso dei requisiti di ammissione dichiarati nella domanda.

Tale adempimento è messo in atto solo dopo l'espletamento della prova di preselezione, limitatamente ai candidati che l'hanno superata.

In caso di carenza dei requisiti di ammissione, l'Ufficio Scolastico regionale dispone l'esclusione immediata dei candidati, che potrà avvenire in qualsiasi momento della procedura.

I candidati non dovranno produrre nulla in questa fase, l'accertamento avviene d'ufficio, a cura degli Uffici Scolastici regionali.

Si attende in modo particolare l'esito del controllo sui titoli relativi al diploma magistrale ad indirizzo linguistico. Concorso a cattedra: titolo di accesso "maturità magistrale ad indirizzo linguistico". Chiarimenti

Dichiarazione dei titoli valutabli per i candidati la cui domanda alla data del 07 novembre 2012 si trovava nello stato "inserita, non inoltrata"

Alcuni candidati devono inoltre presentare ancora la scheda Titoli valutabili, procedura alla quale non hanno avuto accesso entro il 21 novembre 2012, perchè lo stato della loro domanda risultava "inserita, non inoltrata", e quindi bloccava la funzione.

Sarà il Ministero ad emanare una specifica nota con la quale si riaprono i termini per la comunicazione dei titoli. La procedura sarà riservata esclusivamente ai candidati che si siano trovati nella situazione descritta e che hanno superato la prova preselettiva.

Candidati che hanno partecipato alla prova preselettiva con riserva

Nella FAQ del 28 dicembre 2012 il Ministero conferma "Come già fatto presente nella precedente Faq. n. 15, in conformità a quanto disposto nell'art. 2 del bando, al concorso possono partecipare, non solo gli abilitati, ma anche coloro che hanno conseguito i titoli di laurea e i diplomi richiesti per l'insegnamento entro l'anno scolastico o anno accademico 2001/2002 o entro l'anno accademico 2002/2003 per i corsi quinquennali. Fuori da queste ipotesi, esplicitamente previste nel bando, i semplici laureati che hanno partecipato alla prova preselettiva, lo hanno potuto fare solo in virtù di una ordinanza cautelare del TAR Lazio."

Secondo il Ministero cioè si fermerebbe qui la partecipazione di questi candidati

Candidati ammessi al concorso con riserva, il cammino si ferma alla prova preselettiva?

Di diverso avviso il sindacato ANIEF, che ha curato alcuni dei ricorsi Concorso a cattedra, candidati con riserva hanno diritto a proseguire le prove

A ciò si aggiunge che alcuni candidati che non hanno superato la prova preselettiva hanno inoltrato ricorso, il cui esito dovrebbe conoscersi entro l'8 febbraio

Concorso a cattedra: prima delle prove scritte, la decisione del TAR Lazio sulla soglia a 35/50

Fonte: Orizzonte Scuola

 

"Almeno mezzo milioni di dipendenti e dirigenti scolastici possono chiedere di farsi risarcire tutte le quote illegittimamente trattenute per il Tfr dal mese di gennaio 2011, poiché da quella data la 'voce' stipendiale riguardante il trattamento di fine rapporto è stata posta a carico esclusivo del datore di lavoro, che quindi nella scuola deve accantonare l'intera quota del 6,91%. Una procedura, del resto, che già è consuetudine tra i lavoratori privati, come previsto dall'articolo 3 e dell'articolo 36 della Costituzione italiana. E come, infine, appurato dal Tar della Calabria, attraverso la sentenza n. 53/2012, che ha risarcito la categoria dei magistrati a cui l'amministrazione aveva analogamente sottratto illecitamente una quota stipendiale proprio al fine di accantonarla per il TFR". Lo afferma l'Anief in una nota. 

"Recentemente anche la Corte Costituzione ha confermato che nei confronti di tutti i lavoratori, in virtù del D.P.C.M. del 20.12.1999, a partire dal 1 gennaio 2001 passati dal regime di TFS al regime di TFR, con la nuova aliquota del 6,91%, non si sarebbe mai dovuto applicare 'il contributo previdenziale obbligatorio nella misura del 2,5 per cento della base retributiva previsto dall'art. 11 della legge 8 marzo 1968 n. 152 e dall'art. 37 del DPR 1032/1973 n. 1032', come statuito dal comma 2 dello stesso articolo 1 del decreto - prosegue il sindacato -: lo Stato, ha spiegato la Consulta, in quanto datore di lavoro, non può versare un Tfr inferiore a quello di un'azienda privata. E poiché lo Stato ha trattenuto dalla busta paga indebitamente questi soldi negli ultimi dieci anni, è tenuto ora a restituirli".

"L'appropriazione indebita di una parte degli stipendi, già tra i più ridotti in Europa, riguarda anche i precari, che nel corso dell'ultimo decennio in occasione del pagamento del trattamento di fine rapporto riguardante le supplenze svolte si sono visti togliere ingiustamente una parte della busta paga", sottolinea l'Anief.

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato alla gestione del contenzioso nella Confedir, la partita finanziaria potenziale è altissima: "ogni dipendente, di ruolo o precario, potrà infatti rivendicare la restituzione di circa 500 euro annui, per un importo totale medio individuale vicino attorno ai 5mila euro. Considerando che il personale potenzialmente coinvolto, come possibili beneficiari, è composto da almeno mezzo milione di dipendenti pubblici, la somma che lo Stato potrebbe ritrovarsi a dover indennizzare non è molto lontana dai 2 miliardi e mezzo di euro", ha concluso Pacifico.

Il primo passo, prima di intraprendere la via giudiziaria, riguarda l'invio di una nuova diffida che il sindacato mette a disposizione gratuitamente per i soci del sindacato confederale assunti dopo il 2001 o precari in regime di Tfr che lo richiederà.

"Ai fini della corretta individuazione dell'importo di cui si chiede la restituzione, si consiglia di verificare tutti i cedolini, mese per mese, ricevuti nei dieci anni precedenti la data dell'invio della diffida e di sommare gli importi presenti alla voce 'Ritenute', OP. DI PREV./TFR. Lo stesso modello nei prossimi giorni sarà fornito dalla Confedir a tutti i dipendenti e ai dirigenti pubblici", spiega l'Anief, che conclude: "In caso di esito negativo, dopo i termini preventivati, ogni interessato riceverà le istruzioni operative per ricorrere al giudice del lavoro e recuperare le somme spettanti. Sarà possibile in quella sede, richiedere contestualmente anche lo sblocco reale degli scatti di anzianità e del contratto. Chi ha già inviato la diffida, interrompendo così la data di prescrizione decennale del credito, riceverà nei prossimi mesi le istruzioni per ricorrere. Chi intende ricevere la diffida e le istruzioni operative per ricorrere, anche contro il blocco del contratto, può scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.".

Fonte: Italpress

 

Cosa succederebbe se venissero stabilizzati tutti i precari della scuola? Secondo stime della Ragioneria dello Stato, tra docenti e personale Ata, si parla di 113.556 lavoratori. Quasi ventimila dei quali hanno già presentato ricorso per ottenere il tempo indeterminato. Nel privato ormai la giurisprudenza è consolidata: bastano tre o più contratti a tempo determinato per 36 mesi consecutivi per essere certi della conversione, il passaggio cioè da determinato a indeterminato. Il sogno di ogni precario. Nella scuola, però, le regole sono diverse.

In dieci anni, sempre secondo la Ragioneria, soltanto 232 professori e collaboratori amministrativi hanno ottenuto dal giudice del lavoro l’assunzione d’ufficio (molti di più hanno invece incassato arretrati e scatti di anzianità).

Lo scorso 20 giugno la Cassazione si è espressa in maniera molto chiara sull’argomento, evidenziando che le assunzioni del precariato pubblico avvengono in perfetta conformità al dettato normativo. Ora però potrebbe essere l’Europa a cambiare le carte in tavola.

Un giudice del tribunale di Napoli, Paolo Coppola, ha infatti sollevato questione di pregiudizialità davanti alla Corte di Giustizia del Lussemburgo. Chiamato a dover decidere sulla richiesta di conversione di una docente precaria, la professoressa Raffaella Mascolo, il magistrato ha girato la questione ai magistrati europei.

Chiedendo, in sintesi, un chiarimento su come contemperare la direttiva europea del 1979 che impone un tetto alle assunzioni a tempo determinato e la sentenza dei supremi giudici italiani che invece le ritengono compatibili con le leggi italiane. Se la decisione dei giudici europei contraddicesse l’orientamento preso dalla Cassazione, ciò costituirebbe un precedente. Che spalancarebbe le porte alle decine di migliaia di docenti che, con anni di insegnamento alle spalle, abbiano maturato il diritto alla cattedra.

“Bisogna ricordare che a Bruxelles sono pendenti due procedimenti di infrazione nei confronti dell’Italia per la questione del precariato della scuola – sostiene l’avvocato Sergio Galleano, che difende gli interessi dell’Anief -. Un eventuale pronuncia della Corte Europea favorevole alle nostre richieste, potrebbe costringere lo Stato italiano a prendere provvedimenti”. Quali provvedimenti? “Ad esempio costringere lo Stato a stabilizzare i precari che ne hanno maturato il diritto. O, in alternativa, modificare la legge”.

Per Marcello Pacifico, presidente dell’Anief, “l’ordinanza di remissione del giudice Coppola conferma quanto diciamo da tempo: l’ultima parola sui ricorsi presentati dai precari della scuola che dopo aver svolto 36 mesi di servizio chiedono la stabilizzazione verrà dai giudici europei indipendentemente dall’intervento derogatorio del Parlamento, dalla sentenza della Cassazione o da eventuali pronunce della Consulta”.

Fonte: Corriere della Sera

 

"Per la scuola italiana la legge di stabilità per il 2013 continua a fornire amare sorprese. Da un esame approfondito dell'ultimo provvedimento licenziato sotto il Governo Monti, si apprende infatti che dal 2014 i 10mila istituti scolastici italiani riceveranno i finanziamenti pubblici non più in base al numero di alunni e docenti, oltre che la complessità delle scuole, ma in proporzione ai risultati conseguiti: attraverso il comma 149 dell'art. 1, il Parlamento ha infatti deciso che 'a decorrere dal 2014 i risultati conseguiti dalle singole istituzioni sono presi in considerazione ai fini della distribuzione delle risorse per il funzionamento'". Lo afferma in una nota l'Anief.

"Ora, al di là del fatto che non si comprende quali 'risultati' dovranno conseguire le scuole, visto che il grado d'istruzione raggiunto dagli alunni non può essere legato solo alla bravura dei loro insegnanti e dei dirigenti a capo degli istituti, ma anche a diversi altri fattori - come il contesto familiare, sociale ed economico -, sorprende davvero che si continui ad introdurre 'paletti' al fine di perseverare nel taglio di quei finanziamenti per l'organizzazione e la manutenzione ordinaria delle scuole già oggi largamente insufficienti - aggiunge il sindacato -. Tanto è vero che sempre più spesso le scuole devono ricorrere ai finanziamenti facoltativi dei genitori degli alunni, sia per l'avvio di progetti complementari sia per la gestione ordinaria del funzionamento scolastico, come la fornitura di gessetti e carta igienica".

Secondo l'Anief "la norma legiferata a fine 2012 non è altro che il continuum di quanto prodotto dal legislatore durante l'ultimo esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. In particolare, già la riforma Brunetta della Pubblica Amministrazione, il decreto 150/09, aveva attribuito carattere imperativo alle logiche "premiali". Nella fattispecie della scuola, l'ex ministro della Funzione Pubblica aveva agito da una parte attraverso l'annullamento degli scatti di anzianità e dall'altra concedendo i finanziamenti pubblici solo alle scuole ritenute più produttive".

"Ma se il sistema Brunetta ha cercato di introdurre il merito attraverso l'assegnazione dei fondi legandole alle prestazioni individuali e a quelle delle singole scuole, nell'ultimo anno il ministro Patroni Griffi ha abbandonato gli incentivi rivolti ai singoli lavoratori per puntare su quelli da assegnare alle scuole-aziende. Contemporaneamente, però, dallo stesso Governo la scuola ha anche subìto il taglio dei fondi rivolti agli istituti: per compensare la cancellazione delle 24 ore di insegnamento settimanali, attraverso la stessa legge di stabilità e per coprire l'una tantum destinata ai docenti per l'anno 2011", spiega ancora il sindacato.

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief, "siamo chiaramente di fronte a logiche inapplicabili al mondo della scuola: prima di tutto perché la scuola non è l'università - sostiene il sindacalista - , visto che la formazione obbligatoria rientra nei servizi pubblici. In secondo luogo, adottando un criterio di meritocrazia all'istruzione pubblica si finirà inevitabilmente per danneggiare le scuole collocate in territori difficili e svantaggiati. Privandole dei pochi fondi che permettono oggi ai docenti di attivare progetti che danno sostegno ad una formazione scolastica svolta in contesti difficili, lo Stato di fatto condannerà gli alunni più svantaggiati, e i loro docenti, ad un percorso di crescita ancora più in salita di quello che il destino gli ha riservato".

Fonte: Italpress

 

Nata nel 2008, l'associazione sindacale Anief 
ha fatto registrare performance e risultati sempre maggiori: le
 azioni, le proposte e i tanti ricorsi vinti nel 2012 hanno 
confermato i successi del giovane sindacato.

Questi alcuni dei
risultati ottenuti dai lavoratori grazie all'operato dell'Anief:
 conferma della collocazione dei precari nelle graduatorie a
"pettine" e non in "coda", boom di indennizzi a favore dei
 supplenti, assunzione in ruolo di 21mila docenti, passo indietro
 del governo sull'orario dei docenti delle secondaria a 24 ore,
 infrazione della Commisisone Ue all'Italia per l'abuso di
 precariato, migliaia di candidati esclusi dal Miur hanno potuto
 svolgere le prove preselettive del concorso a cattedra, 
cancellazione del dimensionamento scolastico e della conseguente 
sparizione di oltre 2.500 istituti.

"Questi dati - commenta il
 presidente dell'Anief, Marcello Pacifico - sono il frutto di chi,
in questo nostro nuovo sindacato, ha creduto fermamente e continua 
a credere nel valore sociale e politico di un'azione che, grazie 
alla fiducia e al contributo di migliaia di persone, diventa 
sempre più incisiva e rilevante nella vita del Paese. È ferma
 intenzione dell'Anief realizzare l'auspicio espresso dal
 Presidente della Repubblica nel discorso di fine settennato, in 
merito al ruolo di protagonista che la scuola finalmente è chiamata ad assumere, in termini di risorse e valorizzazione delle
professionalità". Per questi motivi, il sindacato si appresta a
vivere il 2013 come un punto di riferimento centrale per la tutela 
dei diritti dei lavoratori della scuola.

Fonte: Italpress

 

"Il governo Monti si conferma sino alla fine il governo degli annunci ad effetto e vuoti di contenuti: nel documento 'Un anno di governo', pubblicato da poche ore sul sito palazzo Chigi, viene fatto un lungo elenco di 'azioni di sostegno alla istruzione' che tuttavia non corrisponde, nemmeno in minima parte, a quanto effettivamente realizzato. L'Anief non può tollerare che la Scuola, martoriata fino all'ultimo con ulteriori tagli al Miglioramento dell'offerta formativa, introdotti con la legge di stabilità, e l'Università, a cui sono stati sottratti altri 300 milioni di euro, vengano illustrate alla pubblica opinione come dei settori rafforzati". È quanto si legge in una nota del sindacato.

"La realtà è purtroppo un'altra, visto che anche nell'ultimo anno sono stati considerati unicamente dei comparti della pubblica amministrazione su cui fare cassa - prosegue l'Anief -: come non ricordare, ad esempio, il maldestro tentativo degli ultimi mesi di portare a 24 ore settimanali l'orario dei docenti della scuola media e superiore? Oppure la balzana idea di avviare un referendum per tentare di abolire il valore legale del titolo di studio? Decisamente nera è anche la pagina aperta dal governo Monti sul concorso a cattedra, le cui prove preselettive si sono svolte il 17 e 18 dicembre. Invece di ammettere l'inopportunità di un concorso per nuovi docenti, a fronte di decine di migliaia di abilitati e con più di 36 mesi di servizio, il ministro dell'Istruzione ha infatti voluto avviare una inutile e anacronistica procedura selettiva".

"Escludendone, peraltro in modo del tutto immotivato, i giovani laureati e i docenti di ruolo (che però grazie all'intervento dell'Anief hanno invece potuto partecipare) - prosegue l'Anief -. Il governo ci dice, inoltre, che si è adoperato per 'promuovere una migliore scolarità in tutta la popolazione': ma come si può affermare questo, dal momento che proprio negli ultimi mesi si è portata a compimento la riduzione delle ore in tutti gli ordini scolastici e si è cercato in più occasioni di cancellare di un anno il percorso scolastico complessivo, proprio mentre tutti i Paesi più avanzati, su tutti Germania e Stati Uniti, puntano su un rafforzamento dell'istruzione pubblica? E pure sull'Università lo 'spartito' non cambia. Invece di incentivare il merito dei giovani emergenti, il governo ha dimenticato colpevolmente di avviare nuovi concorsi, fermi dal 2009, e di ripristinare la figura del ricercatore, al pari di quelle esistenti dedicate a professori associati e ordinari. Nulla è stato fatto per stabilizzare quelle migliaia di giovani dottori di ricerca che hanno passato questi ultimi anni tra aule e biblioteche da assegnisti di ricerca, docenti a contratto, cultori della materia. Tutte figure meritevoli e spesso artefici di pubblicazioni scientifiche di alto livello. Addirittura su quest'ultimo punto, anziché procedere nella direzione giusta, come anche indicato dall'Anvur, si è fatto in modo di far valere delle pubblicazioni universitarie davvero opinabili e di basso spessore scientifico".

"Non sono certamente questi i provvedimenti che ci aspettavamo da un governo di professori e di tecnici - commenta il presidente dell'Anief, Marcello Pacifico - che oltre ad aver collaborato al declino culturale e formativo in cui versa il paese, si ricorderà per non aver mai voluto avviare un reale confronto con le parti sociali e i sindacati. Nel settore dell'istruzione, quindi, l'esecutivo uscente avrebbe fatto bene a trovare altri argomenti per riassumere il proprio operato. Prendendo esempio dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel discorso di fine settennato - ha concluso Pacifico - ha insistito sulla necessità di far assumere alla scuola il ruolo di protagonista, in termini di risorse e valorizzazione delle professionalità".

Fonte: Italpress

Tuttoscuola dedica la lettera A del 2012 all'Anief nella rassegna consueta degli eventi dell'anno.

A - Anief

(dicembre) - Questo sindacato, che a dicembre celebra il suo primo congresso a quattro anni dalla fondazione, è il protagonista di una serie di azioni volte a spostare il baricentro dell'iniziativa sindacale dal classico terreno della lotta sociale (assemblee, scioperi, contrattazione) a quello delle controversie giurisdizionali in tutte le direzioni e a tutti i livelli.
Il successo ottenuto in non poche occasioni, a partire dall'inserimento a pettine dei precari in mobilità interprovinciale al ripescaggio di candidati esclusi nei concorsi o in altre operazioni amministrative, per arrivare all'applicazione ai precari italiani della normativa europea sull'assunzione a tempo indeterminato dopo tre anni, costringe gli altri sindacati a inseguire l'Anief su questo terreno, sul quale peraltro il sindacato fondato e guidato da Marcello Pacifico si muove con grande sicurezza. Non così sul terreno elettorale, come mostra il modesto risultato ottenuto dall'Anief nelle elezioni per le RSU.

Fonte: Tuttoscuola

"Per la scuola italiana il 2012 si chiude nell'illegalità: il governo Monti ha infatti deciso all'ultimo momento di annullare i decreti di rideterminazione della rete scolastica, in particolare il c. 4, art. 19, della Legge 111/11, attraverso cui l'ultimo governo Berlusconi aveva illegittimamente deciso, senza l'indispensabile parere della Conferenza Stato-Regioni, di sopprimere dall'anno scolastico in corso ben 2.611 istituti pubblici".

È quanto si legge in una nota dell'Anief che ritiene "ingiustificabile che l'esecutivo uscente abbia deciso di non dare seguito alla sentenza n. 147/12 della Consulta, che nel giugno scorso ha cancellato la norma unilaterale sul dimensionamento scolastico".

"Quanto accaduto - aggiunge – è ancora più grave, dal momento che il governo è di fatto ritornato sui propri passi, stralciando quanto riportato nel disegno di legge di stabilità (n. 5534) presentato ad ottobre dallo stesso governo: il comma 36 dell'art. 1, infatti, prendeva atto della decisione della Corte costituzionale e preannunciava una nuova intesa Stato-Regioni per l'attuazione di un nuovo dimensionamento in base al numero di 900 alunni per le scuole di ogni ordine e grado, precisando che valeva soltanto per l'a.s. 2012/13 quanto previsto dal c. 5, art. 19 dalla stessa L. 111/11 per le scuole superiori dove, peraltro, doveva essere disciplinata la reggenza e non la soppressione indebita di 236 scuole superiori".

"Ora con la stralcio del comma dalla legge n. 228 del 24 dicembre 2012, l'Anief - prosegue la nota - torna alla carica. Dopo la denuncia fatta alla stampa lo scorso giugno, subito dopo la sentenza della Consulta, e di fronte all'illegittima organizzazione delle scuole autonome nel territorio, ricorda che sono 2.611 le scuole soppresse illegittimamente nell'a.s. 2012/13: metà di esse (1.404) sono scuole dell'infanzia, primarie e circoli didattici, 2.375 nel primo ciclo di istruzione, 39 istituti professionali, 174 istituti tecnici e 23 licei. Quasi la metà dei tagli al Sud in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, anche il Lazio a quota meno 300 istituti.

Con il 2013 alle porte, l'Anief ha così deciso di scrivere a tutti i presidenti delle Regioni e agli assessori italiani competenti, per chiedere loro un incontro urgente con i propri referenti regionali, al fine di sapere quando saranno annullati i recenti decreti di rideterminazione della rete scolastica. È indicativo, a tal proposito, che persino, l'ARAN, sempre dopo un'articolata denuncia dell'Anief, sia intervenuto sulla questione il 22 novembre 2012, chiarendo che le RSU elette lo scorso marzo nelle scuole dimensionate rimarranno in carica per tutto il loro mandato, viste le novità normative previste proprio nel disegno di legge di stabilità (n. 5534) presentato ad ottobre dal Governo".

"Il momento è particolarmente delicato - spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale dell'Anief e delegato Confedir alla scuola - perché dal 21 gennaio al 28 febbraio prossimi si riaprono le preiscrizioni degli studenti alle classi prime delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado proprio per l'anno scolastico 2013/2014. Se la scuola rimarrà nell'illegalità, sarà necessario ripercorrere quella via giudiziaria il cui iter era stato sospeso lo scorso autunno in virtu' delle nuove regole che sembrava dovessero essere approvate".

"Bisogna ricordare, infatti, che a seguito di questo illegittimo dimensionamento - continua il sindacalista Anief-Confedir – sono saltate anche numerose direzioni-presidenze e sono stati dichiarati in esubero diversi direttori di servizi generali e ammnistrativi, mentre sono state sconvolte le graduatorie interne d'istituto e sono stati cancellati più di mille posti in organico Ata".

Secondo Pacifico non può passare inoltre inosservato il fatto "che la metà dei tagli riguardi proprio quel primo ciclo di istruzione che è stato già ferito dalla riforma Gelmini conl'introduzione del maestro unico, la cancellazione dell'insegnante specialista di lingua inglese, la riduzione dell'orario di lezione e del tempo pieno e prolungato: non e' un caso se nell'ultimo rapporto i nostri studenti delle scuole materne ed elementari da primi si sono ritrovati al fondo delle classifiche internazionali".

Fonte: Italpress

Anche se stavolta non sono arrivati altri tagli agli organici, dopo quelli draconiani degli ultimi sei anni, l'ultimo atto della legislatura e del Governo Monti ha rifilato alla scuola e all'università italiana un'altra brutta "spallata".

Lo sostiene l'Anief secondo cui attraverso la legge di stabilità si è provveduto ad applicare un ulteriore taglio del "fondo di istituto" di altri 47,5 milioni: per ogni scuola il taglio complessivo per finanziare progetti, ripetizioni agli studenti in difficoltà, visite didattiche e tutto quello che riguarda le attività a completamento della didattica si tradurrà quindi in una mancata assegnazione pari a 40-50mila euro.

Secondo Marcello Pacifico, presidente dell'Anief e delegato Confedir per la Scuola, "con l'attuazione di questi provvedimenti peggiorativi, si mette a serio rischio il regolare funzionamento dell'istruzione pubblica italiana. La decurtazione del trattamento accessorio riservato al Fis, altra contropartita per la cancellazione dell'inaudita norma sull'introduzione delle 24 ore di insegnamento settimanale dei docenti di scuola media e superiore, comporterà un ulteriore ridimensionamento delle attività funzionali al Piano dell'offerta formativa, approvate della scuole autonome ad inizio anno".

"Forte delusione - aggiunge Pacifico - c'è poi per la mancata approvazione dell'emendamento che avrebbe reso giustizia a più di 3mila docenti e Ata che lo scorso anno scolastico, avendo raggiunto la fatidica quota 96 tra periodo di servizio svolto ed età anagrafica, avevano presentato regolare domanda di pensionamento, salvo vedersela respinta a seguito di una riforma che non ha tenuto conto dei loro diritti acquisiti. Per non parlare dei 300 milioni di euro sottratti all'Università pubblica, che costringeranno gli atenei a non finanziare i servizi per gli studenti e metteranno in pericoli gli stipendi di professori, ricercatori e personale. Persino sul precariato questo Governo non poteva fare peggio: invece di assumere i precari che hanno svolto più di 36 mesi di servizio, ha ottenuto con il consenso dei sindacati la proroga dei contratti in scadenza, attuando un accordo in palese contraddizione con la normativa comunitaria. Se si voleva lasciare un messaggio al Paese - conclude il rappresentante Anief-Confedir -, con questi provvedimenti si è solamente confermata la scarsa attenzione che da troppo anni lo Stato italiano presta per l'istruzione e la cultura dei suoi cittadini".

Fonte: Italpress

 

"Quando l'UE apre una procedura d'infrazione per tutelare i nostri ovini, subito, il legislatore interviene, quando ne apre una sui precari della scuola, invece, emana norme in deroga per abusare dei contratti a termine, senza pensare alla conseguenze esistenziali di tale scelte nella vita degli assunti e sanzionatorie a carico di tutta la comunità".

Così in una nota l'Anief-Confedir, che chiede l'accesso agli atti su tutte le procedure d'infrazione attivate nello scorso trimestre contro lo Stato italiano e annuncia ricorso ai Tribunali.

Fonte: Italpress

 

Sottratti dal Fis altri 47,5 milioni, ridotti ancora i permessi sindacali e la portata di alcuni progetti nazionali. Per i sindacati è poi grave che nella versione approvata manchino alcuni emendamenti. Come quelli sui ‘quota 96’ e sullo stop al dimensionamento. E agli atenei non arriveranno 300 milioni: per la Flc-Cgil 30 rischiano di chiudere.

Per diverse settimane, a cavallo tra ottobre e novembre, si è parlato ininterrottamente di legge di stabilità. Poi, venuto meno, a furor di popolo, l’emendamento che avrebbe portato a costo zero l’orario settimanale da 18 a 24 ore, il mondo della scuola è tornata a disinteressarsi di quella che una volta era più semplicemente chiamata “finanziaria”. Al punto che l’approvazione definitiva, arrivata la sera del 21 dicembre, è stata quasi ignorata.

Eppure qualche provvedimento riguardante la scuola c’è. Ad iniziare da un ulteriore sforbiciata, “a decorrere dall’anno 2013” (dopo quella triennale prevista all’Aran per recuperare gli scatti d’anzianità) al taglio delle “competenze accessorie” allocate nel Fondo d’Istituto, pari a 47,5 milioni di euro. C’è poi, dopo il quasi dimezzamento operato dalla riforma Brunetta della Pa, un’altra riduzione dei distacchi e dei permessi per motivi sindacali. Per i comandi c’è una novità importante: potranno essere autorizzati “solo con oneri a carica dell’amministrazione richiedente”. In arrivo anche il ridimensionamento dei progetti Smart city, nonché dei fondi Frist e Trin.

Ai sindacati la manovra conclusiva del Governo Monti non è proprio piaciuta. Ad iniziare dall’Anief, secondo cui “si continuano a tagliare fondi importanti all’istruzione pubblica, in controtendenza con quanto avviene nei paesi più sviluppati”. Per l’organizzazione di Marcello Pacifico, l’ulteriore riduzione del Fis comporterà, alla resa dei conti, “per ogni scuola il taglio complessivo per finanziare progetti, ripetizioni agli studenti in difficoltà, visite didattiche e tutto quello che riguarda le attività a completamento della didattica”, per una “mancata assegnazione pari a 40-50mila euro” ad istituto.

L’Anief ha inoltre ricordato alcuni dei mancati provvedimenti. Sempre con al centro la scuola. Il primo riguarda , l’emendamento per i ‘quota 96’, che avrebbe permesso al personale della scuola che aveva fatto domanda di pensionamento di lasciare il servizio usufruendo delle norme precedenti alla riforma Fornero. “Di questa deroga, però, non c’è traccia. Come si è dissolto nel nulla – sottolinea il sindacato autonomo - l’emendamento che avrebbe dovuto cancellare la soppressione di 2mila istituti, ritenuta la scorsa estate incostituzionale dalla Consulta attraverso una sentenza inequivocabile”.

Secondo Marcello Pacifico, presidente dell’Anief e delegato Confedir per la Scuola, “con l’attuazione di questi provvedimenti peggiorativi si mette a serio rischio il regolare funzionamento dell’istruzione pubblica italiana. La decurtazione del trattamento accessorio riservato al Fis, altra contropartita per la cancellazione dell’inaudita norma sull’introduzione delle 24 ore di insegnamento settimanale dei docenti di scuola media e superiore, comporterà un ulteriore ridimensionamento delle attività funzionali al Piano dell’offerta formativa”.

A far alzare la voce dei sindacati è anche il mancato stanziamento di 300 milioni per il fondo di finanziamento ordinario delle università: quello che lo stesso ministro Profumo non ha esitato a definire come “un errore strategico che pregiudica il funzionamento dell'intero sistema della formazione superiore”.

Per il segretario generale della Flc-Cgil questa mancata operazione porterà “al rischio di fallimento di 30 atenei e gli altri non potranno garantire più una qualità formativa adeguata.Il fondo ordinario dopo, i tagli epocali della Gelmini, non garantisce nemmeno la copertura delle spese di funzionamento con l'inevitabile conseguenza di ridurre la ricerca e i servizi agli studenti. Le tasse universitarie saranno ulteriormente aumentate e tutto questo provocherà la diminuzione delle iscrizioni”. Secondo Pantaleo, inoltre, “sono stati ridotti 300 milioni al fondo ordinario 2013 ma sono stati distribuiti soldi a pioggia per accontentare lobby e microinteressi dai quali evidentemente Monti e i suoi Ministri pensano di ricavare qualche beneficio elettorale”.

Fonte: Tecnica della Scuola

Tra assenti alle preselettive e non idonei se ne contano già 240mila: i tre quarti dei candidati iniziali! Ora però anche i laureati prima del 2002-2004, pur avendo ottenuto da 35 punti in su, se non hanno fatto ricorso al Tar riceveranno nei prossimi giorni la notifica di esclusione. A meno che non facciano ora ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.

La selezione per il concorso a cattedra si è rivelata più spietata del previsto: a seguito dei risultati delle prove preselettive sono rimasti esclusi, infatti, 175.815 dei 264.423 che hanno svolto la verifica. Se a questi aggiungiamo i 63.375 che non si sono presentati, il numero di candidati che non potranno svolgere le prove scritte, in programma a gennaio, sfiora quota 240mila. Considerando i 327.798 aspiranti docenti che hanno fatto domanda, le preselettive sono sicuramente servite a centrare lo scopo iniziale: tenere lontani dalle prove vere e proprie ben tre candidati su quattro iniziali.

Più di qualcuno ha detto che si è esagerato, proponendo dei test preselettivi davvero ostici. Il ministro Profumo ha invece parlato, riferendosi all’ausilio della rete informatica per realizzare le verifiche, di “primo passo verso la modernizzazione” e di modalità da esportare anche in altri settori delle pubblica amministrazione, visto che “chi ha studiato ha ottenuto ottimi risultati”.

Impossibile capire chi ha ragione. Di sicuro, però, la selezione non è certamente finita. Dalle risultanze delle prove successive dovranno infatti scaturire gli 11.542 vincitori. Che significa escludere ancora più o meno un candidato ogni otto ammessi. O forse anche meno. Visto che gli Usr nei giorni a cavallo delle festività natalizie avranno il compito di verificare i titoli di accesso. E poiché, a quanto sembra, vi sono diversi candidati che hanno svolto le prove pur avendo superato la soglia, posta dal Miur tra il 2002 ed il 2004, che intendeva discernere i titoli utili all’accesso al concorso da quelli ritenuti non utili, c’è da aspettarsi che il numero di esclusi possa anche crescere.

Questa possibilità è stata messa in evidenza in queste ore dall’Anief: il sindacato autonomo, dopo aver deciso da qualche giorno di difendere il diritto a proseguire le prove per coloro che hanno conseguito un punteggio tra 30-34,5/50, stavolta annuncia di voler tutelare i diritti dei “moltissimi” candidati prof che hanno partecipato con successo alle preselettive, pur essendosi laureati prima della fatidica soglia. L’Anief ricorda che tutti quelli che sono approdati alle preselettive in questa situazione senza fare ricorso al Tar del Lazio, è praticamente scontato “che riceveranno nei prossimi giorni la notifica di esclusione”.

Su di loro “pende adesso la spada di Damocle dell’esclusione per mancanza dei requisiti d’accesso previsti. Per evitare la loro esclusione, Anief riapre i termini di adesione proponendo un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica (i cui termini di scadenza sono di 120 giorni dall’emanazione del bando), al fine di consentire a questi candidati di poter prendere parte alle prove scritte”.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

Qualche giorno fa i Precari Uniti contro i Tagli hanno scritto al capo dipartimento, Lucrezia Stellacci, come indicato dal ministro Profumo, per avere lumi su delle affermazioni dello stesso responsabile del Miur. Tra cui quella che il concorso a cattedra sarebbe stato bandito solo nelle classi di concorso e regioni prive di abilitati. La risposta: sono fuori sede fino al 7 gennaio, inviate un’e-mail.

“Sono fuori sede fino al 7 gennaio 2013. Le richieste di informazioni inerenti il concorso e le immissioni in ruolo degli ATA dovranno essere inviate all'indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.”. È un risposta sintetica quella fornita dalla dottoressa Lucreazia Stellacci, capo dipartimento del Miur, al gruppo di docenti "Precari Uniti contro i Tagli" che nei giorni scorsi avevano aderito all’invito del ministro Profumo – espresso durante la video chat andata in onda al TG1 20 dicembre - di inviare proprio all’alto dirigente del Miur eventuali richieste sulle mancate immissioni in ruolo del personale Ata.
Il rinvio della Stellacci, che di fatto procrastina il chiarimento a dopo le festività natalizie, non piacerà ai precari. I quali nella lettera sottolineavano scarsa considerazione per delle recenti dichiarazioni di Profumo. E facevano intendere di avere una certa fretta nel conoscere come stanno effettivamente le cose.

“Il Ministro afferma erroneamente per ben due volte – hanno scritto i Precari Uniti contro i Tagli - che al concorso inizialmente non erano stati ammessi i non abilitati, ma che questi hanno potuto partecipare alla preselezione grazie ad un ricorso. Successivamente afferma anche, sempre erroneamente, che il concorso è stato bandito solo in classi di concorso e regioni in cui non sono presenti abilitati (cioè in c.d.c. esaurite). Da dove nascono affermazioni simili? Dall'ignoranza del Ministro oppure da una strumentalizzazione dei media? E' stato dichiarato il falso e Lei lo sa bene quanto noi precari”.

I precari ricordano che il concorso “è stato bandito su classi di concorso in Regioni in cui risultano esuberi: Campania, Sicilia, Calabria, Sardegna, Puglia. Regioni che sono state a suo tempo già abbondantemente massacrate dai tagli, le cui graduatorie ad esaurimento sono infinite, inesauribili; ci sono addirittura ancora le graduatorie di merito (del concorso del '99 e in alcuni casi anche del '90) e gli esuberi dei docenti di ruolo. E il concorso era aperto ai non abilitati di tutte queste c.d.c., come risulta dal bando. Perché – chiedono pubblicamente - dire il falso, perché affermare il contrario quando esistono dati e tabelle da voi stessi pubblicati?”.

Nella lettera, i precari si rivolgono quindi all’ex responsabile dell’Usr della Puglia con toni decisi. “Ci illumini, Dott.ssa Stellacci perché altrimenti non capiamo come mai ci siano così tanti insegnanti precari della scuola in attesa di stabilizzazione. I dati sulle graduatorie e sui posti messi in bando dal concorso sono accessibili da chiunque, non sono segrete ma pubbliche, vogliamo mettere a confronto tali dati? Vogliamo dare una smentita a ciò che il ministro Profumo ha asserito con tanto candore?”.

E ancora: “Indignati? Offesi? Sì!”. Prima di chiudere, i precari, “in nome della trasparenza”, hanno anche chiesto che siano rese pubbliche, “in tempi brevi, le effettive disponibilità per Provincia e non per Regione” del concorso a cattedra.

Nessuna risposta, almeno sino all’Epifania, nemmeno per quanto riguarda i tempi di assunzione dei circa 5.400 precari Ata che attendono dalla scorsa estate e per i quali nelle ultime settimane hanno fatto pressioni anche i sindacati della scuola, in particolare la Flc-Cgil e l’Anief.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

Udu, Uds e Rete della Conoscenza ritengono grave che nel 2010 gli studenti che hanno conseguito la laurea siano calati di 3.700 unità. E che si siano ridotte le iscrizioni alla scuola superiore: colpa dell'aumento dei costi per i contributi volontari, vere e proprie tasse obbligatorie. Intanto l’Anief ricorda: un basso tasso di scolarizzazione è quasi sempre l’anticamera dell’emarginazione sociale.

I dati diffusi dall’Istat nell’Annuario Statistico 2012 non piacciono proprio agli studenti. Secondo Michele Orezzi, coordinatore dell’UdU, siamo di fronte a “solo l’ennesima dimostrazione della profonda crisi che denunciamo da tempo. Il calo delle immatricolazioni che ci portiamo avanti dal 2004 continua e nell’ultimo anno si è registrato un calo, proprio per le immatricolazioni, del 2,2%. Nel 2010 gli studenti che hanno conseguito la laurea sono calati di 3.700 unità. Il rapporto tra immatricolati all’università e studenti diplomati, ovvero il rapporto tra gli studenti usciti dalle scuole superiori e quelli che si iscrivono all’università, cala ancora raggiungendo il 61,3 %, due punti in meno dell’anno precedente.”

Continua Orezzi: “Gli obiettivi Europei ci chiedono di ridurre la dispersione scolastica e di aumentare il numero di laureati. Non è vero né che abbiamo troppe università né che abbiamo troppi laureati. Solo un piccolo gruppo di ideologi che non guardano alla realtà sostiene oggi queste assurde tesi”.

L’Unione degli Universitari ha già denunciato da tempo anche il pesante aumento delle tasse universitarie, le terze più alte in Europa, e i drastici tagli imposti al sistema di Diritto allo Studio Universitario, già sotto finanziato. “Serve una risposta – ha detto Orezzi - per i 46 mila studenti capaci e meritevoli ma privi di mezzi che non ricevono la borsa di studio per mancanza di fondi, serve una risposta al continuo aumento della tassazione studentesca”.

Sotto accusa, infine, il dato allarmante sul calo delle immatricolazioni. E quello sul calo del rapporto tra gli studenti diplomati che entrano nel mondo universitario.

Ma anche che non entrano nel mondo del lavoro (un under 35 su tre). O che nemmeno si iscrivono al biennio delle superiori. "I dati del 2011 - ha detto Roberto Campanelli, coordinatore nazionale dell'Unione degli Studenti - mostrano come calino anche le iscrizioni alla scuola superiore: un dato che deriva dall'aumento dei costi per i contributi volontari che troppo spesso sono vere e proprie tasse obbligatorie, esattamente come dei tagli sui servizi e delle difficoltà che sempre più famiglie incontrano per l'acquisto di libri o per pagare le ripetizioni. Per questo crediamo sia indispensabile investire realmente nella scuola pubblica, evitando la dispersione e permettendo agli studenti e alle studentesse di avere una loro autonomia sociale rispetto alla propria famiglia"

Sulla stessa lunghezza d’onda si posizione Federico Del Giudice, portavoce nazionale della Rete della Conoscenza: "Riteniamo drammatici questi dati: dimostrano infatti che la situazione della nostra generazione è estremamente difficile”. Basta dire che “il lieve aumento dell'occupazione nell'ultimo anno non ha minimamente toccato gli under 35".

Ma non sono stati solo i rappresentanti degli studenti ad aver mostrato preoccupazione per il rapporto annuale dell’Istat. Secondo l’Anief, ciò conferma che in Italia il quadro non è solo stagnante, ma sta peggiorando di anno in anno. Per il presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, “è impossibile negare il nesso logico che si è venuto a determinare tra la sempre più modesta considerazione sociale verso l’istruzione superiore-universitaria e lo scarso investimento dei Governi degli ultimi anni nei confronti dell’istruzione. È un dato emblematico. Perché uno Stato che non investe nella scuola, non si capisce perché dovrebbe investire nelle famiglie”.

Ma l’Istat ci dice anche che la disoccupazione sta anche diventando sempre più di tipo intellettuale: i laureati tra i 25 e i 29 anni che non lavorano sono infatti il 16 per cento, mentre i diplomati della stessa fascia d’età privi di occupazione si fermano al 12,6 per cento. “È un altro dato su cui bisognerebbe far riflettere i nostri parlamentari – sostiene Pacifico – perché mentre in Italia non valorizziamo coloro che conseguono i titoli di studio più elevati, mettendo anche ciclicamente in discussione il loro valore legale, nei Paesi europei più sviluppati avviene esattamente l’opposto. Con incentivi sia sul fronte della formazione, sia in fase di spendibilità del diploma. Questi Paesi sanno bene che un basso tasso di scolarizzazione è quasi sempre l’anticamera dell’emarginazione sociale”.

Anche la volontà espressa dal Miur di chiudere il concorso a cattedra ai laureati degli ultimi dieci anni è davvero un brutto segnale: “in questo modo – ha concluso il leader dell’Anief – il Miur ha letteralmente tarpato le ali di centinaia di migliaia di giovani che hanno investito nello studio. E a cui si dice, senza nemmeno il supporto di una norma, che si devono accomodare in sala di attesa”.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

I dati Istat 2011 su lavoro e istruzione, resi pubblici nelle ultime ore, sono davvero preoccupanti: dimostrano che in Italia il quadro non è solo stagnante, ma sta peggiorando di anno in anno. Ormai un giovane ogni tre con meno di 35 anni è privo di occupazione. E comincia a subentrare la sfiducia nella formazione superiore e specialistica: si riduce, infatti, il numero di iscrizioni alle scuole medie di secondo grado e di immatricolazioni all'università.

Secondo il presidente dell'Anief, Marcello Pacifico, "è impossibile negare il nesso logico che si è venuto a determinare tra la sempre più modesta considerazione sociale verso l'istruzione superiore-universitaria e lo scarso investimento dei Governi degli ultimi anni nei confronti dell'istruzione pubblica e universitaria. È un dato emblematico. Perché uno Stato che non investe nella scuola, non si capisce perché dovrebbe investire nelle famiglie".

"Ma l'Istat ci dice anche che la disoccupazione sta anche diventando sempre più di tipo intellettuale - sottolinea l'Anief -: i laureati tra i 25 e i 29 anni che non lavorano sono infatti il 16 per cento, mentre i diplomati della stessa fascia d'età privi di occupazione si fermano al 12,6 per cento".

" È un altro dato su cui bisognerebbe far riflettere i nostri parlamentari - sostiene Pacifico - perché mentre in Italia non valorizziamo coloro che conseguono i titoli di studio più elevati, mettendo anche ciclicamente in discussione il loro valore legale, nei Paesi europei più sviluppati avviene esattamente l'opposto. Con incentivi sia sul fronte della formazione, sia in fase di spendibilità del diploma. Questi Paesi sanno bene che un basso tasso di scolarizzazione e' quasi sempre l'anticamera dell'emarginazione sociale".

"Anche le scelte scellerate del Ministero dell'Istruzione di chiudere il concorso a cattedra ai laureati degli ultimi dieci anni è davvero un brutto segnale. In questo modo - continua il presidente dell'Anief - il Miur ha letteralmente tarpato le ali a centinaia di migliaia di giovani che hanno investito nello studio. 

E a cui si dice, senza nemmeno il supporto di una norma, che si devono accomodare in sala di attesa. E che dire, passando al livello universitario, della cancellazione della preziosa figura del ricercatore? Oppure della maggiore valutazione, in fase concorsuale per diventare docenti accademici, delle ricerche numericamente maggiori e non di quelle di alto spessore qualitativo? È questa la nuova linea del merito?".

Fonte: Italpress

 

Si avvia a conclusione lo svolgimento delle prove preselettive per l'accesso al concorso a cattedra, che consentirà di selezionare 11.542 docenti da assegnare a tutti i livelli scolastici. Dai primi dati, la media dei candidati che sono riusciti a superare la prova sembra attestarsi intorno al 30%. "Molti candidati si sono lamentati perché numerosi quesiti a cui hanno dovuto rispondere erano troppo generici, cervellotici e non certo indicati a selezionare dei futuri insegnanti – afferma l'Anief in una nota -. Con il risultato che migliaia di laureati, anche con il massimo dei voti e dopo aver conseguito master e dottorati, si sono ritrovati incredibilmente esclusi".

Secondo l'ufficio studi dell'Anief "siamo di fronte ad una selezione iniziale impropria: il criterio adottato dal Ministero dell'Istruzione è stato, evidentemente, quello di sfoltire il più possibile il futuro lavoro delle commissioni insediate dagli Uffici Scolastici Regionali per valutare la preparazione e le capacità degli oltre 320mila aspiranti docenti. Ponendo loro dei quesiti più adatti ad appassionati di enigmistica che a dei futuri professionisti dell'insegnamento".

"Ma anche scegliendo di collocare la soglia minima per passare alle prove selettive a 35/50: una soglia che va ben oltre, in proporzione, ai 6/10 previsti dal Decreto Legislativo 297/94 che costituisce, sino a prova contraria, il principale riferimento normativo per la selezione dei docenti nella scuola pubblica", prosegue il sindaco.

"L'Anief ha deciso di farsi portavoce di queste contraddizioni - spiega Marcello Pacifico, presidente del sindacato -, in particolare del fatto che il Miur avrebbe dovuto ridurre la soglia minima di accesso a 30/50. Tutti coloro che hanno dunque conseguito tra 30 e 34 punti non si rassegnino, perché tramite la nostra assistenza potranno rivolgersi al Tribunale amministrativo regionale e chiedere il rispetto delle norme vigenti. L'obiettivo, ovviamente, e' quello di accedere direttamente alle prove disciplinari scritte, il cui calendario verrà pubblicato il prossimo 15 gennaio".

"Il Miur si dovrà ricredere: alzare troppo l'asticella del punteggio minimo non è stata una scelta saggia. Il Ministero ha in questo modo inibito il diritto dei candidati a una valutazione equa del loro merito, ovvero di conoscenze e competenze acquisite, utile per accedere alle prove successive", conclude il presidente dell'Anief.

Fonte: Italpress

 

La Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per la reiterazione illegittima dei contratti a termine. Gli atti però sono stati segretati.

“Sono due le cose che ho fatto finora – spiega Tonino Russo, deputato Pd in Commissione cultura - innanzitutto ho chiesto gli atti all'Unione Europea, per capire quali fossero le ragioni dell'attivazione della procedura di infrazione, richiesta negata con la spiegazione che gli atti non saranno divulgati ai singoli parlamentari ma solo alle istituzioni. Fatto gravissimo di cui ho chiesto conto sia al Miur che a Manuela Ghizzoni, in qualità di presidente della Commissione cultura. Abbiamo poi domandato di avere accesso alla relazione dell'ufficio Massimario della Cassazione prodotta proprio per la Commissione Europea per documentare la vicenda del precariato. E siamo convinti che il motivo della segretazione degli atti sia proprio questa relazione”.

“Come Anief - aggiunge marcello Pacifico, presidente di Anief - abbiamo presentato una denuncia a Bruxelles per la reiterata violazione dell'Italia ed entro un mese i giudici decideranno se ci sono gli estremi per procedere contro lo Stato italiano. Dopodiché avranno un anno di tempo per verificare se quanto denunciato corrisponde al vero (cioè se l'Italia viola la direttiva europea). Lo Stato a quel punto è tenuto a rispondere nel merito della questione e se la violazione è accertata si procede con la messa in mora, cioè il pagamento di una di una sanzione che può arrivare fino a 8 milioni di euro, sanzione che poi darebbe indirettamente ragione a tutti i precari che hanno presentato ricorso nei tribunali italiani”.

Inoltre non è il primo richiamo che l'italia riceve: “Questa – contina Pacifico - è la terza procedura di infrazione aperta nei confronti dell'Italia a causa della reiterazione dei contratti a termini (sia per quanto riguarda il personale Ata che per i docenti)”

Per quanto riguarda però il riconoscimento del diritto alla stabilizzazione dei precari la situazione rimane confusa: “La parola 'fine' a questa questione deve essere messa da Bruxelles – spiega il presidente di Anief - , visto che si tratta del rispetto di una direttiva europea. Al momento invece la posizione dei giudici italiani non è scontata: dall'aprile scorso l'Avvocatura dello Stato tende invece consigliare agli avvocati di ostacolare chi chiede l'applicazione della sentenza di Strasburgo. D'altra parte lo Stato italiano non può delegare la regolamentazione della materia alla direttiva europea, ma deve piuttosto assicurarsi che le nostre leggi e la loro applicazione non siano in contrasto. Serve oggi una risposta chiara che a questo punto può essere data solo se un giudice italiano decide di sollevare la questione alla Corte europea”.

Probabilmente inoltre gli atti sono stati segretati anche per questo motivo: “Se venisse fuori che la Cassazione nella sua relazione presentata alla Commissione dà credito all'illegittimità della reiterazione dei contratti sarebbe in contraddizione con se stessa”,un fatto comunque “assurdo visto che l'Ue prevede la trasparenza degli atti”.

E dire che tutta la questione si basa su un illogicità di fondo, come chiarisce Russo: “ Pur di risparmiare sui diritti delle persone, le istituzioni finiranno per sborsare più soldi in risarcimenti e spese legali di quanto costerebbe stabilizzare i precari.”. Infatti, continua il deputato, “con il blocco degli scatti di anzianità attualmente un docente precario tra stipendio e disoccupazione costa allo Stato 30mila euro all'anno, contro i 29.500 di un indeterminato, stando a uno studio della Cgil. Questa situazione è il frutto di anni di politiche irresponsabili: tra le amministrazioni dello Stato il Miur è quella che ha il numero più alto di contenziosi aperti, eppure ci sono 100mila posti vacanti che potrebbero essere utilizzati per una stabilizzazione a scaglioni a costo zero. Come si può parlare di concorso, che pure di per sé è uno strumento valido, in una situazione del genere?”
E conclude: “La prossima legislatura dovrà necessariamente fare i conti con questa situazione: c'è bisogno di una forte discontinuità con l'atteggiamento attuale. Servono riforme pensate sul lungo medio-termine e avviare un serio tavolo di confronto per mettere fine al precariato. In ogni caso siamo convinti che alla fine la legge prevarrà”

Fiducioso anche Pacifico, pur premettendo che la strada è ancora lunga: “Il problema è che il ricorso deve essere fatto entro 10 anni, ma si tratta di una battaglia giuridica per il diritto al lavoro che siamo convinti nel lungo termine ci darà ragione (sia per quanto riguarda la stabilizzazione che il risarcimento)”.

Fonte: Orizzonte Scuola

 

"Tra domani e dopodomani saranno oltre 320mila i candidati che si recheranno nelle 2.520 aule informatiche predisposte dal Ministero dell'Istruzione per partecipare alle prove preselettive e tentare di accedere al concorso: una procedura - che vede coinvolte quasi 260 mila donne, con l'età media vicina ai quarant'anni e oltre la metà dei candidati concentrati al Sud per maggiore disponibilità di posti - che torna dopo 13 anni di assenza e servirà a selezionare 11.542 docenti distribuiti su tutti gli ordini scolastici".

Lo ricorda l'Anief, sottolineando che "Alla fine tutti i laureati negli ultimi dieci anni e i docenti gia' di ruolo che, attraverso il patrocinio dell'Anief, hanno fatto ricorso al Tar del Lazio potranno partecipare alle prove e rispondere ai 50 quesiti a risposta multipla su capacità logiche e di comprensione del testo, competenze digitali e linguistiche".

Marcello Pacifico, presidente dell'Anief, ricorda che "i giudici del Tar, come ha sempre sostenuto il nostro sindacato, hanno esaminato le leggi vigenti e appurato che il Miur non poteva escludere dal concorso degli aspiranti docenti solo perché il loro titolo era stato conseguito dopo un'artificiosa barriera cronologica, introdotta dagli organizzatori del concorso e posizionata tra il 2002 e il 2004. Anche perché in questo modo si sarebbe preclusa l'unica modalità per ringiovanire il corpo docente italiano, che con la media anagrafica superiore ai 50 anni si colloca tra le più alte al mondo".

Fonte: Italpress

 

Tra domani e dopodomani saranno oltre 320mila i candidati che si recheranno nelle 2.520 aule informatiche predisposte dal ministero dell'Istruzione per partecipare alle prove preselettive e tentare di accedere al concorso: una procedura che torna dopo 13 anni di assenza e servirà a selezionare 11.542 docenti distribuiti su tutti gli ordini scolastici. Alla fine, tutti i laureati negli ultimi dieci anni e i docenti già di ruolo che, attraverso il patrocinio dell'Anief, hanno fatto ricorso al Tar del Lazio potranno partecipare alle prove e rispondere ai 50 quesiti a risposta multipla su capacità logiche e di comprensione del testo, competenze digitali e linguistiche.



Marcello Pacifico, presidente dell'Anief, ricorda in una nota che "i giudici del Tar, come ha sempre sostenuto il nostro sindacato, hanno esaminato le leggi vigenti e appurato che il Miur non poteva escludere dal concorso degli aspiranti docenti solo perché il loro titolo era stato conseguito dopo un'artificiosa barriera cronologica, introdotta dagli organizzatori del concorso e posizionata tra il 2002 e il 2004.
Anche perché in questo modo si sarebbe preclusa l'unica modalità per ringiovanire il corpo docente italiano, che con la media anagrafica superiore ai 50 anni si colloca tra le più alte al mondo".

"Come non era possibile - continua Pacifico - lasciare fuori da un concorso della pubblica amministrazione del personale in possesso dei requisiti per accedervi, ma 'colpevole' di essere stato già assunto con altre mansioni: si sarebbe trattato del primo caso del genere nella storia delle selezioni pubbliche italiane. E questo il nostro sindacato non lo ha permesso".

Anief ricorda a tutti i 2.000 ricorrenti laureati negli ultimi dieci anni che dovranno recarsi nelle sedi d'esame indicate negli elenchi forniti dal Miur: come indicato in una nota pubblicata nelle ultime ore dallo stesso Ministero dell'Istruzione, è bene che i partecipanti alle prove preselettive in programma in Campania, Liguria, Molise, Puglia, Sardegna e Toscana controllino nuovamente la data e il luogo di svolgimento dove sono stati destinati. A seguito di eventi inattesi collegati a cause di forza maggiore, in alcune località di queste regioni i calendari sono stati infatti ripubblicati.

Tutti i ricorrenti docenti di ruolo dovranno invece verificare sul sito internet dell'Ufficio Scolastico Regionale che ha gestito la domanda di partecipazione al concorso, quali sono le sedi espressamente destinate allo svolgimento delle preselezioni per i concorrenti esclusi dagli elenchi degli ammessi ma in possesso di provvedimento cautelare.

Fonte: TMNews

 

È conto alla rovescia per la prova preselettiva del concorso per insegnanti indetto dal ministro Francesco Profumo, che si svolgerà, vista la mole di candidati, in due giornate fra lunedì e martedì. 

Ultimi ripassi delle domande (3.500 sono quelle nel database) e un occhio al calendario 'variabile’ (il ministero ha chiesto di tenere d'occhio fino all'ultimo possibili mutamenti di aule o orari) segnano le ultime ore prima dell'avvio della selezione. La prima dopo 13 anni nella scuola. La prima al mondo totalmente computer based (svolta con mezzi informatici) con oltre 300mila iscritti alla preselezione. Una mole enorme che ha costretto il Miur a forti sforzi di organizzazione. Pende intanto l'ombra dei ricorsi. Molti di quelli portati avanti dal Codacons, dal sindacato Anief, dall'Adida, Associazione docenti invisibili da abilitare, hanno già avuto esiti a favore degli esclusi dalla preselezione.

In tutto sono 321.210 i candidati alla prova preselettiva, oltre 27 per ciascun posto. Le cattedre a bando sono 11.542. Dei partecipanti la gran parte - 258.476 – è costituita da donne. I restanti 62.734, sono uomini. Ben i due terzi degli aspiranti insegnanti che hanno fatto domanda di partecipazione al concorso non proviene dalle graduatorie ad esaurimento. Sono persone che attualmente fanno altri lavori e in molti casi non hanno mai insegnato. L'età media dei canditati è di 38,4 anni. Di poco più alta è l'età media degli uomini (40 anni) rispetto a quella delle candidate donne (38 anni). Nello specifico, la maggior parte dei candidati (158.879) ha un'età compresa tra 36 e 45 anni. Seguono i 113.924 candidati con un'età pari o inferiore ai 35 anni e i 45.595 con un'età compresa tra i 46 e i 55 anni. I candidati con un'età superiore a 55 anni sono 2.812. Sono oltre 7.400 le aule che saranno coinvolte nella procedura in tutta Italia.

Per passare la prova bisogna rispondere almeno a 35 quesiti su 50. Il tempo per lo svolgimento della preselezione è un minuto a quesito, 50 in tutto. Ogni candidato avrà davanti un computer con un software che è lo stesso su cui hanno potuto esercitarsi i prof in queste settimane di preparazione. Ogni prova sarà diversa con 50 quiz estratti da un database di 3.500.

Sono centinaia le persone ammesse poi via ricorso. "Solo l'Anief – ha spiegato all'agenzia di stampa Dire il presidente Marcello Pacifico- ha contribuito alla riammissione di 1.500 laureati degli ultimi 10 anni che non erano rientrati nei criteri del bando perché laureati dopo il 2004". Poi ci sono quelli che hanno vinto la causa con Adida e Codacons. Nel complesso si parla di quasi 2mila candidati in più. Poi ci sono anche gli insegnanti di ruolo a cui il bando non consentiva di partecipare che hanno fatto ricorso pure loro. Solo l'Anief è riuscita a farne ammettere 100. "Persone che non sanno dove devono andare a fare la prova a tutt'oggi- accusa Pacifico- dovranno presentarsi in una sede qualunque con il foglio del Tar per sostenere la prova. Vanno ammessi per forza".

In Rete ci si interroga, intanto, sul valore qualitativo delle domande della preselezione per selezionare i nuovi insegnanti. Per passarla bisogna fra l'altro sapere cosa significano le parole godet e martingala che appartengono al ramo della moda, carter (termine appartenente al linguaggio della meccanica) o la definizione di "home banking" (l'accesso via internet ai servizi della banca).

Fonte: Tuttoscuola

 

La soluzione trovata all’Aran da alcuni sindacati (Cisl, Uil, Snals e Gilda) per recuperare gli scatti di anzianità per il 2010 e 2011 non convince affatto la Flc- Cgil e l’Anief. L’accordo raggiunto prevede infatti, di finanziare quegli scatti di anzianità sottratti ingiustamente alla scuola cancellando quasi un terzo del fondo destinato allo stesso personale per svolgere le attività previste dal POF. Senza considerare per di più, che tutto parte da una vera e propria violazione all’art. 78 del Ccnl.

Perché se è vero che si sono trovati i soldi per il 2010 e per il 2011, la data di maturazione degli scatti stipendiali, prorogata di due anni nel cedolino di gennaio 2011 dal MEF, dovrebbe tornare a quella prevista nel cedolino del dicembre 2010. E quindi dovrebbe essere modificata la norma di legge che dichiara il servizio prestato negli ultimi due anni come” irrecuperabili ai fini economici e giuridici”. Ora, è evidente che se questa data non sarà spostata, i soldi sottratti al Mof non serviranno a maturare una maggiore pensione. E continueranno a ritardare di due anni i futuri aumenti di stipendio.

Se si pensa poi al fatto che, ancora oggi, al personale della scuola assunto nel 2010 viene negata la possibilità di realizzare la ricostruzione di carriera, appaiono chiari i dubbi dell’Anief sulla valenza giuridica della soluzione prospettata. Così come appare evidente che sottrarre nei prossimi anni soldi dal Miglioramento dell’offerta formativa e dalla contrattazione significa impossibilità di assolvere i compiti che ogni scuola autonoma si è prefissata. Perché, invece non utilizzare i 38 milioni di euro destinati a coprire le spese per il “dimensionamento”scolastico di centinaia di istituti (ma che in seguito alla sentenza n. 147 della Corte Costituzionale del giugno scorso non potranno essere usati a tal fine) per la copertura degli scatti automatici?

Anief non crede nel misero accordo concluso ma è pronta a dar battaglia per difendere i diritti dei lavoratori della scuola italiana. E per dimostrarlo impugnerà il contratto che prevede di cancellare per sempre dal 2014 gli scatti di anzianità citando in tribunale i sindacati che hanno appoggiato la nefasta disposizione.

Fonte: Informatore Scolastico

 

Sono più di 2000 i docenti laureati degli ultimi dieci anni che si sono rivolti al Tar Lazio al fine di poter partecipare all'ultimo concorso a cattedra, di cui oltre 1500 con il patrocinio del sindacato Anief.

Dopo le prime ordinanze cautelari e i decreti monocratici ottenuti, i giudici del Tar del Lazio hanno adesso esteso il provvedimento cautelare a tutti i ricorrenti.

Il sindacato spiega che, considerato che la presentazione del provvedimento giudiziario presso la sede di svolgimento delle preselezioni è richiesta dal Miur solo a coloro che non sono stati inseriti negli elenchi degli ammessi pubblicati dagli Uffici Scolastici Regionali, tutti i ricorrenti già docenti di ruolo devono scaricare, stampare e portare con sé il proprio provvedimento cautelare.

I ricorrenti docenti di ruolo, inoltre, dovranno verificare sul sito internet dell'Ufficio Scolastico Regionale che ha gestito la domanda di partecipazione al concorso quali sono le sedi espressamente destinate allo svolgimento delle preselezioni per i concorrenti esclusi dagli elenchi degli ammessi ma in possesso di provvedimento cautelare.



Anief invita quindi tutti i ricorrenti a segnalare qualsiasi eventuale anomalia legata alla procedura di svolgimento concorsuale.

Fonte: TMNews

 

Sono più di 2000 i docenti laureati degli ultimi dieci anni che si sono rivolti al Tar Lazio al fine di poter partecipare all'ultimo concorso a cattedra, di cui oltre 1500 con il patrocinio del sindacato ANIEF.

"Dopo le prime ordinanze cautelari e i decreti monocratici ottenuti, i giudici del Tar del Lazio hanno adesso esteso il provvedimento cautelare a tutti i nostri ricorrenti, confermando l'apprezzamento del fumus boni iuris nei ricorsi presentati dall'ANIEF - si legge in una nota del sindacato -.

Considerato che la presentazione del provvedimento giudiziario presso la sede di svolgimento delle preselezioni è richiesta dal Miur solo a coloro che non sono stati inseriti negli elenchi degli ammessi pubblicati dagli Uffici Scolastici Regionali, ANIEF invita tutti i ricorrenti già docenti di ruolo a scaricare, stampare e portare con sé il proprio provvedimento cautelare (link in fondo al comunicato).

I ricorrenti docenti di ruolo, inoltre, dovranno verificare sul sito internet dell'Ufficio Scolastico Regionale che ha gestito la domanda di partecipazione al concorso quali sono le sedi espressamente destinate allo svolgimento delle preselezioni per i concorrenti esclusi dagli elenchi degli ammessi ma in possesso di provvedimento cautelare".

ANIEF invita tutti i ricorrenti "a segnalare prontamente qualsiasi eventuale anomalia legata alla procedura di svolgimento concorsuale, al fine di un intervento tempestivo mirato alla risoluzione della stessa. Per questo motivo, si evidenzia che il servizio di consulenza telefonica della segreteria nazionale sarà pienamente operativo negli orari e giorni di svolgimento delle prove".

Fonte: Italpress

 

"Le denunce dell'Anief sullo sfruttamento dei precari della scuola italiana producono importanti effetti anche nell'Ue: la Commissione europea, infatti, ha aperto una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per la violazione della normativa sulla reiterazione dei contratti a tempo determinato, in particolare nella scuola dove diverse decine di migliaia di docenti, amministrativi, tecnici ed ausiliari vengono per cattiva prassi assunti ad inizio anno scolastico e licenziati in estate in corrispondenza del termine delle lezioni". È quanto si legge in una nota dell'Anief.

"La decisione della Commissione Ue di chiedere spiegazioni formali sulla mancata applicazione della direttiva comunitaria 1999/70, che obbliga i datori di lavoro, in questo caso lo Stato, ad assumere a titolo definitivo il personale che ha svolto almeno 36 mesi di servizio, anche se frazionato, negli ultimi 5 anni, è giunta dopo le tantissime denunce presentate dall'Anief allo stesso organismo sovranazionale - prosegue l'Anief -. L'ultima ondata di ricorsi è stata consegnata agli uffici di Bruxelles e di Strasburgo personalmente dal presidente dell'Anief, Marcello Pacifico, dopo che nelle scorse settimane al tavolo nazionale sulla precarietà, dove siedono rappresentanti del Governo e delle parti sociali, il ministro della Funzione Pubblica, Filippo Patroni Griffi, aveva confermato la ferma resistenza dell'amministrazione a stabilizzare i dipendenti e i dirigenti del pubblico impiego assunti e licenziati ciclicamente da diversi anni".

"Si sta indagando - ha fatto sapere in queste ore la Commissione europea - sull'apparente assenza di veri rimedi quando c'è abuso di questo tipo di contratti per tutto il personale scolastico, non solo insegnante. Sembra che ci sia un trattamento meno favorevole del personale fisso rispetto a quello temporaneo". Sempre l'organismo superiore di Bruxelles ha ricordato che "la direttiva chiede che si adottino delle misure e la Commissione le sta aspettando da parte dell'Italia".

"E questo punto è evidente che la controffensiva dell'Anief - dichiara oggi un soddisfatto Marcello Pacifico - comincia a portare i primi preziosi frutti: l'apertura della procedura d'infrazione che la Commissione europea ha aperto verso l'Italia dimostra che se il nostro Paese vuole stare in Europa deve obbligatoriamente rispettare le procedure che Bruxelles impone sul diritto del lavoro e sulle assunzioni dei cittadini che vi operano".

Fonte: Italpress

 

Anche il pubblico impiego deve fare i conti con la riduzione di tessere sindacali: a sostenerlo è l'Aran, che attraverso un dettagliato rapporto evidenzia come rispetto alla precedente rilevazione, del 2008-2009, tutti i comparti pubblici hanno fatto registrare una riduzione di deleghe, anche a due cifre. "La scuola è andata però in controtendenza, con un incremento del 2 per cento: le tessere dei lavoratori sono passate da 536.113 a 547.158 - spiega l'Anief in una nota -. Con la Cisl che ne ha perse circa 2 mila e lo Snals oltre 10 mila. Gli aumenti sono stati fatti registrare dalla Flc-Cgil, con 4 mila deleghe in più rispetto a quattro anni prima, dalla Uil (più 7mila), ma soprattutto dall'Anief: il giovane sindacato autonomo, nato nel 2008, è passato da zero a 8.623 tessere".

Secondo Marcello Pacifico, confermato nello scorso week end presidente dell'Anief, "il fatto che la scuola risulti in controtendenza rispetto all'allontanamento dei lavoratori pubblici verso il sindacato, si deve al sensibile calo dei dipendenti del comparto istruzione. Un decremento che va oltre il 7,7 per cento rilevato dall'Aran".

"Bisogna infatti considerare - continua Pacifico - i tanti posti dei precari scomparsi a seguito dell'applicazione della Legge 133 del 2008: in tutto si sono dileguati 200 mila posti di lavoro, tra docenti e Ata. E nessun settore ha perso così tanti dipendenti. È normale che a fronte di questa assurda penalizzazione, non ravvisata in nessuna altro Paese al mondo, si sia prodotto una aumento di tessere sindacali: riducendosi il totale di lavoratori del comparto, il calo di tessere è stato infatti compensato".

Ma ci sono anche altre motivazioni. Come la fiducia che oltre 8.600 docenti e Ata hanno riposto nell'Anief: "Un sindacato, l'unico nella scuola a far registrare questo aumento, che ispirandosi ad una visione transnazionale dei diritti dei lavoratori, si è posto come seria alternativa ai sindacati tradizionali di potere o di base - prosegue Pacifico -. I docenti e il personale Ata hanno compreso inoltre l'importanza di non essere connotati ideologicamente. E di essere, invece, orientati prima di tutto alla tutela dei diritti. Attraverso il sapiente ricorso alla magistratura e prodigandosi - conclude il presidente del sindacato - attraverso proposte serie e condivise, rivolte direttamente ai legislatori che operano nelle aule parlamentari".

Fonte: Italpress

 

Il leader del sindacato autonomo confermato per acclamazione al termine del primo Congresso nazionale di Cefalù. Sarà un quadriennio ancora incentrato sulla tutela dei diritti acquisiti. La novità è l’ispirazione alla ‘civis europensis’: il ruolo dell’Ue potrebbe infatti essere decisivo nella battaglia per la stabilizzazione dei precari.

Sarà ancora Marcello Pacifico il presidente nazionale dell’Anief. La conferma è arrivata per acclamazione, a conclusione del primo Congresso nazionale svolto a Cefalù, in provincia di Palermo, dove sono confluiti i delegati del sindacato nato quattro anni fa. Il Congresso ha approvato, sempre all’unanimità, il documento di programmazione dell’attività sindacale dell’Anief per il quadriennio 2013-2016: un documento fortemente incentrato alle norme che regolano il lavoro nell’Unione Europea.

“È giunto il momento di allestire anche in Italia - ha detto Pacifico durante la presentazione del suo ‘Manifesto’ – un sindacato moderno di ispirazione europea che intenda pensare e sviluppare un neoumanismo sindacale. Un sindacato che parta dalla tutela dei diritti acquisiti, dal ‘civis europensis’ e punti a cancellare la filosofia imperante dei privilegi e dei corporativismi”.

Sulla conferma di Pacifico hanno pesato, evidentemente, i ricorsi vinti nei quattro anni di vita dell’Anief: su tutti quello sull’incostituzionalità delle graduatorie ad esaurimento con collocazione in “coda” dei precari che nel corso della gestione Gelmini hanno cambiato provincia. Ma anche i recenti dati sul crescente numero di deleghe (con tanto di sorpasso ai Cobas) che i lavoratori della scuola hanno firmato, incaricando proprio gli educatori in formazione di rappresentarli.

Partendo da questi dati, il presidente uscente e riconfermato ha ricordato anche il momento davvero difficile per il mondo della scuola, coinciso proprio con la discesa in campo dell’Anief: i tagli alle risorse, la cancellazione di 200mila posti tra docenti e personale Ata. Ma anche il primato italiano per numero di insegnanti con età superiore a 50 anni e per la quasi totale mancanza di docenti under 30.

“Per arrestare questi processi – ha detto Pacifico - sarà indispensabile tornare a riconoscere l’importanza dell’alta professionalità della funzione docente e riportare l’Italia agli standard dell’Ue per investimenti nel settore della conoscenza. Ad iniziare dalla cancellazione della precarietà lavorativa, come ordinario strumento di organizzazione del lavoro. Se il governo non intenderà adeguarsi spontaneamente alle indicazioni di Bruxelles, come è accaduto sinora, continueremo infatti ad esercitare il ruolo di guardiani della lex, di fronte all’arbitrio o alla contingenza, attraverso il costante e sapiente ricorso alla giustizia”.

Pacifico ha quindi insistito sulla necessità combattere gli abusi nella reiterazione dei contratti a tempo determinato e la mancanza di pieno riconoscimento dei periodi di pre-ruolo ai fini degli scatti stipendiali: una battaglia che lo ha portato nei giorni scorsi a depositare una denuncia circoscritta a Bruxelles, negli uffici della Commissione. E se l’azione dell’Anief dovesse produrre gli effetti attesi, con l’Italia sotto “processo” per l’infrazione alla direttiva europea 1999/70/CE, per Pacifico i consensi non potranno che lievitare.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

Marcello Pacifico sarà il presidente nazionale dell'Anief anche nel quadriennio 2013-2016. La conferma è arrivata per acclamazione, a conclusione del primo Congresso nazionale che si è svolto a Cefalù, in provincia di Palermo. Il Congresso ha approvato, sempre all'unanimità, il documento di programmazione dell'attività sindacale dell'Anief per il quadriennio 2013-2016.

"È giunto il momento di allestire anche in Italia - ha detto Pacifico durante la presentazione del suo 'Manifesto' – un sindacato moderno di ispirazione europea che intenda pensare e sviluppare un neoumanismo sindacale. Un sindacato che parta dalla tutela dei diritti acquisiti, dal civis europensis e punti a cancellare la filosofia imperante dei privilegi e dei corporativismi".

"Grazie a questi principi, a soli quattro anni dalla sua nascita il sindacato è diventato tra i più rappresentativi della scuola per numero di deleghe. Ora, però, per raggiungere questo risultato è fondamentale che la scuola torni ad essere interlocutrice principale e partecipe della vita pubblica, ripristinandone valore, rispetto e considerazione – sottolinea l'Anief in una nota -. Mentre gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una assurda politica dei tagli, che ha portato alla cancellazione di 200 mila posti tra docenti e personale Ata, e dal primato italiano per numero di insegnanti con età superiore a 50 anni e per la quasi totale mancanza di docenti under 30".

"Per arrestare questi processi - ha detto Pacifico – sarà indispensabile tornare a riconoscere l'importanza dell'alta professionalità della funzione docente e riportare l'Italia agli standard dell'Ue per investimenti nel settore della conoscenza. Ad iniziare dalla cancellazione della precarietà lavorativa, come ordinario strumento di organizzazione del lavoro. Se il governo non intenderà adeguarsi spontaneamente alle indicazioni di Bruxelles, come è accaduto sinora, continueremo infatti ad esercitare il ruolo di guardiani della lex, di fronte all'arbitrio o alla contingenza, attraverso il costante e sapiente ricorso alla giustizia".

Pacifico ha quindi insistito "sulla necessità combattere gli abusi nella reiterazione dei contratti a tempo determinato e la mancanza di pieno riconoscimento dei periodi di pre-ruolo ai fini degli scatti stipendiali: una battaglia che lo ha portato nei giorni scorsi a depositare una denuncia circoscritta a Bruxelles, negli uffici della Commissione".

Fonte: Italpress

 

I precari della scuola sono 136.000 e svolgono un servizio fondamentale per portare avanti la Scuola, nemmeno con gli stessi diritti del personale di ruolo, mentre con la direttiva europea 70 del 1999 manco dovrebbero esistere perché vanno assunti dopo 3 anni si contratti reiterati, ma la direttiva, sappiamo tutti, è disattesa dal governo italiano.

Patroni Griffi, ministro della Funzione Pubblica, invece parla di impossibilità da parte dello Stato di assumere tutti i precari, perché si andrebbe contro il dettato costituzionale dell'assunzione dei giovani laureati, nonostante il loro lavoro da anni sia necessario e nonostante vengano assunti e licenziati ogni anno, infrazione che potrebbe essere tranquillamente denunciata, come sostiene Marcello Pacifico dell'Anief. Il modello di denuncia

La CGIL rincara la dose parlando in termini economici e, come già fatto altre volte, dimostra con i numeri che assumere un precario costa meno che farlo rimanere tale:

il costo per un docente precario della scuola secondaria di primo grado con contratto che scade il 30 giugno è di 30.286 euro, comprensivo di stipendio, 27 giorni di ferie, Tfr e disoccupazione per i mesi estivi.

Se fosse assunto, costerebbe 29.580 euro, 706 euro in meno all'anno.

Stesso discorso per i collaboratori scolastici: per un precario lo Stato paga 21.552 euro, se fosse assunto 21.020 euro, con un risparmio di 532 euro. Per entrambe le tipologie di contratto il risparmio sarebbe del 2,5%.

In pratica la stabilizzazione porterebbe ad un risparmio di 1 miliardo di euro che corrisponde alle spese di chiamata dei supplenti e con tale cifra garantirebbe l'assunzione di 40.000 docenti ed ATA.

La CGIL pone anche la questione dei pensionamenti: da qui al 2016 andranno in pensione circa 70.000 docenti con una fascia di retribuzione media di 28/35 anni, che costano allo stato attuale circa 3 miliardi di euro. Se al loro posto venissero assunti precari, che hanno una fascia contributiva necessariamente inferiore, il costo sarebbe di 2,5 miliardi, con un risparmio di 500 milioni di euro.

Pantaleo ha così commentato il ritorno ai concorsi a GE ancora piene e con i dati alla meno : "Sono dati che dimostrano che quella di Patroni Griffi è un'uscita estemporanea. Questo governo ha deciso che le graduatorie devono essere superate e il precariato storico si risolve con i concorsi. È un'assurdità come ha dimostrato il concorso bandito da Profumo. I governi devono rispettare la Costituzione e provvedere a stabilizzare i precari prima di fare nuovi concorsi. Ci sono tutti i margini economici per farlo."

Fonte: Orizzonte Scuola

Gli scatti di anzianità "concessi" dal Governo non saranno a costo zero: il Governo chiede l'apertura di una trattativa sulla "produttività individuale di docenti e ATA". Secondo la FLCGIL il MOF sarà azzerato entro il 2014. Pacifico: "politica del ‘panem et circenses".

La denuncia è della FLCGIL che con un volantino avverte la volontà del Governo di imporre ai docenti prestazioni gratuite che adesso vengono pagate tramite il fondo di istituto.

Il tagli al MOF ammonteranno al 25%, 394 milioni di euro per il 2011, che saranno la prima trance di un taglio di 350 milioni di euro su base annua che porterà, secondo la FLCGIL, all'azzeramento del fondo nel 2014.

Come fare per garantire alle scuole il funzionamento? Imponendo ai docenti ore in più in cambio degli scatti stipendiali.

Insomma, l'aumento delle ore lavorative dei docenti a costo zero sarebbero uscite dalla porta per rientrare dalla finestra, questa volta messe sul tavolo della contrattazione cui siederanno i sindacati.

Sul piede di guerra anche Marcello Pacifico, presidente del sindacato ANIEF, secondo cui i sindacati hanno svenduto "i lavoratori della scuola a basso prezzo". E minaccia "la politica del ‘panem et circenses’ questa volta finirà nei tribunali della Repubblica italiana. Dove migliaia di lavoratori si sono rivolti per ottenere il diritto allo sblocco del contratto di lavoro e al riconoscimento degli aumenti automatici stipendiali reali, previsti dal CCNL. In questo modo otterremo dei risultati veri. Senza minare la dignità professionale di docenti e Ata."

Fonte: Orizzonte Scuola

I precari nella scuola sono 136 mila, un record certificato dalla Ragioneria Generale dello Stato. Poco più della metà dei 260 mila che lavorano a termine per la pubblica amministrazione, iscritti alle graduatorie ad esaurimento, non saranno mai stabilizzati come ha sostenuto ieri il ministro della funzione pubblica Filippo Patroni Griffi.

I precari nella scuola sono 136 mila, un record certificato dalla Ragioneria Generale dello Stato. Poco più della metà dei 260 mila che lavorano a termine per la pubblica amministrazione, iscritti alle graduatorie ad esaurimento, non saranno mai stabilizzati come ha sostenuto ieri il ministro della funzione pubblica Filippo Patroni Griffi. A suo avviso una stabilizzazione di massa sarebbe contraria «al dettato costituzionale» e annullerebbe la possibilità dei giovani di entrare nella scuola.

Una proposizione che, ad avviso di Marcello Pacifico, segretario dell'Anief, non trova alcun fondamento nella Carta: «Nella scuola ci sono 136 mila persone che svolgono un servizio essenziale proprio come i docenti e il personale regolarmente assunto - afferma - per questa ragione lo Stato deve assumerli. Altrimenti continuerà a discriminare i diritti fondamentali di questi lavoratori rispetto ai diritti inalienabili dei cittadini».

Inoltre, lo Stato italiano vive nell'illegalità da 13 anni perchè l'esistenza del precariato nella scuola (e nella sanità) è stata sanzionata dalla direttiva comunitaria 70 del 1999 che impone la stabilizzazione. Una direttiva disattesa anche dal governo Monti, nonostante la deroga all'applicazione della direttiva europea per motivi costituzionali adottata dal Parlamento nella legislatura precedente. «I precari potrebbero chiedere alla Commissione Ue di aprire una procedura d'infrazione contro lo Stato italiano» aggiunge Pacifico.

Anche l'idea che la stabilizzazione dei precari della scuola sarebbe economicamente ingestibile è falsa. Lo sostiene la Flc-Cgil secondo la quale la loro stabilizzazione costituirebbe un risparmio. Il costo per un docente precario della scuola secondaria di primo grado con contratto che scade il 30 giugno è di 30.286 euro, comprensivo di stipendio, 27 giorni di ferie, Tfr e disoccupazione per i mesi estivi. Se fosse assunto, costerebbe 29.580 euro, 706 euro in meno all'anno. Stesso discorso per i collaboratori scolastici: per un precario lo Stato paga 21.552 euro, se fosse assunto 21.020 euro, con un risparmio di 532 euro. Per entrambe le tipologie di contratto il risparmio sarebbe del 2,5%. La stabilizzazione permetterebbe un risparmio di 1 miliardo di euro che corrisponde alle spese di chiamata dei supplenti. Con questa cifra potrebbero essere assunti 40 mila docenti e Ata a tempo determinato.

Esiste anche un'ulteriore variabile da considerare. Nei prossimi tre anni andranno in pensione circa 70 mila docenti con una fascia retributiva media di 28-35 anni. Il loro costo attuale è di circa 3 miliardi di euro. Se al loro posto fosse assunto un numero corrispondente di docenti, con una fascia retributiva inferiore, il costo sarebbe di 2,5 miliardi, con uno risparmio di 500 milioni. «Sono dati che dimostrano - afferma Domenico Pantaleo, segretario Flc-Cgil - che quella di Patroni Griffi è un'uscita estemporanea. Questo governo ha deciso che le graduatorie devono essere superate e il precariato storico si risolve con i concorsi. È un'assurdità come ha dimostrato il concorso bandito da Profumo. I governi devono rispettare la Costituzione e provvedere a stabilizzare i precari prima di fare nuovi concorsi. Ci sono tutti i margini economici per farlo».

Fonte: ll Manifesto

"L'organizzazione del concorso a cattedra si dimostra ogni giorno sempre più improvvisata: oggi il Miur ha comunicato che non vi sono più certezze nemmeno sulle sedi dove gli oltre 320 mila candidati dovranno recarsi il giorno della prova preselettiva. Sino all'ultimo momento, infatti, il Ministero dell'Istruzione ha fatto sapere che 'il calendario della prova preselettiva potrebbe subire delle modifiche per sopraggiunta indisponibilità delle aule o per cause di forza maggiore legate all'organizzazione della prova medesima' e che pertanto si invitano 'i candidati a voler controllare il calendario fino alla data prevista per lo svolgimento della prova'". Lo afferma in una nota l'Anief.

"Inoltre già fioccano le prime critiche su alcuni quesiti dei test preselettivi, che non sarebbero impeccabili come aveva promesso il Miur. Come se non bastasse, sempre il Ministero dell'Istruzione non ha ancora dato indicazioni ai ricorrenti che hanno ottenuto, anche grazie all'Anief, il provvedimento cautelare dal Tar che permette loro di essere ammessi a svolgere la prova del 17 o del 18 dicembre", sottolinea il sindacato.

Secondo Marcello Pacifico, presidente dell'Anief, quanto sta accadendo "dimostra ancora una volta il dilettantismo del Miur nella gestione di questa prova concorsuale. La prova è nell'ammissione di queste ultime ore dei dirigenti ministeriali di non essere stati in grado di garantire l'ordinario svolgimento della selezione nelle sedi indicate da due settimane. Ma anche nelle segnalazioni di possibili errori all'interno dei quei quesiti che il Ministero si ostina a pubblicare senza risposta esatta. Tutto questo non fa altro che confermare i tanti dubbi che il nostro sindacato evidenzia da diverse settimane su questo concorso".

"È evidente che dopo i proclami di fine estate, attraverso cui il ministro Profumo annunciava con fierezza il ritorno di un concorso a cattedra sulla base di regole trasparenti, modalità innovative e bassi costi, la realtà smentisce i buoni propositi: è chiaro per tutti che a dieci giorni dalle prove preselettive – conclude il presidente dell'Anief -, il clima è già avvelenato dalla presenza di antichi vizi e troppe omissioni".

Fonte: Italpress

 

“Quando il ministro della Funzione Pubblica, Patroni Griffi, afferma in Parlamento, come ha fatto oggi in audizione alla Camera, che è impossibile stabilizzare i precari della pubblica amministrazione perché comporterebbe ‘un blocco delle assunzioni di giovani per molti anni’ dimentica un dato essenziale: da decenni lo Stato nella sanità e nella scuola abusa dei diritti dei giovani lavoratori ad una giusta retribuzione relegandoli in un regime di precarietà di lungo corso”.

Così risponde Marcello Pacifico, presidente dell’Anief e delegato Confedir per la scuola, alle motivazioni del ministro Patroni Griffi che renderebbero “impossibile pensare a una stabilizzazione di massa per i 260mila precari della Pubblica amministrazione”. Secondo il sindacalista Anief-Confedir la giustificazione del ministro della Funzione Pubblica non regge: “se il Governo ha a cuore le sorti lavorative dei giovani italiani, invece di pagare delle onerose spese per l'esercito – sostiene Pacifico - farebbe bene non soltanto a stabilizzare tutti i precari del pubblico impiego, ma anche a programmare nuove immissioni in ruolo proprio per i più giovani: è il caso di ricordare che ogni anno, a luglio, in Italia circa mezzo milione di ragazzi termina il percorso formativo delle superiori. Ma solo una piccola parte trova un impiego e sono sempre meno coloro che si iscrivono all’Università”.

Il sindacato ribadisce che se la linea del Governo è quella annunciata oggi da Patroni Griffi non rimarrà di certo a guardare: “abbiamo già denunciato alla Commissione europea la violazione della direttiva comunitaria 1999/70/CE che garantisce la parità di trattamento tra i lavoratori indipendentemente dalla natura del contratto sottoscritto. E l’Italia non potrà cercare di cavarsela con un accordo quadro con le parti sociali, come vorrebbe il Governo dei tecnici, che deroga a questa direttiva sovranazionale”.

Fonte: AgenParl

 

Lo stop ad assumere i 260mila precari della Pa ha provocato dure contestazioni. Per Bonanni (Cisl) il ministro e il Governo non possono fare come lo struzzo. Pirani (Uil): Pubblica Amministrazione allo sbando. Depolo (Ugl): il tempo sta per scadere. Parole forti anche da Pd e Idv. Mazzoni (Pdl) cita l’inosservanza della direttiva 1999/70/CE che obbliga gli Stati Ue ad assumere i lavoratori con 36 mesi di servizio. Anief: basta giochini sulla pelle di giovani e precari.

Ha determinato critiche e osservazioni a non finire l’audizione del ministro della Funzione Pubblica, Filippo Patroni Griffi, attraverso cui ha di fatto chiuso la porta a qualsiasi tentativo dei sindacati di stabilizzare a breve i 260mila precari della Pubblica Amministrazione, di cui oltre la metà appartenenti al comparto scuola.

Tutti i sindacati hanno contestato la posizione di Patroni Griffi. Tra i primi a dire la loro sono stati Rossana Dettori, segretaria generale della Funzione pubblica Cgil nazionale, e Gianni Baratta, segretario confederale della Cisl. Nel corso della giornata si sono susseguiti diversi interventi. Ad iniziare da quello del leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che al Tgcom24 ha ribadito la richiesta al Governo: “facciamo un monitoraggio - ha detto - per vedere di riutilizzare queste persone”. Per poi puntualizzare: "Noi pensiamo che il ministro e il Governo non possono fare come lo struzzo. I precari non li abbiamo fatti noi, ma sono stati fatti dai vari governi e dalle amministrazioni locali. In una situazione così grave, tagliare con l`accetta in un solo colpo una situazione che riguarda così tante persone è un fatto molto grave", ha concluso Bonanni.

Per Paolo Pirani segretario confederale Uil, le parole del ministro "confermano nell`idea di una Pubblica Amministrazione allo sbando: si continuano a dare i numeri su tagli, eccedenze, dimensione del precariato, ritorno ai prepensionamenti, senza dire nulla sulle prospettive di efficienza, di qualità e di rilancio per una P.A. al servizio dei cittadini e del Paese".

Sul tema specifico dei precari “è del tutto evidente che se non si vuole creare, già alla fine dell`anno, un buco nero dal punto di vista occupazionale e della possibilità di erogazione dei servizi, è necessario decidere la proroga dei contratti in scadenza attraverso un emendamento ad uno dei provvedimenti che il Parlamento sta approvando, a partire dal ddl stabilità”.

Molto contrariato per le intenzioni dell’esecutivo tecnico è anche Fulvio Depolo, segretario confederale dell`Ugl. "Tralasciando il fatto che quanto stabilito nel protocollo d`intesa del maggio scorso è stato disatteso – ha detto Depolo - anche i tempi per risolvere il problema del precariato nella pubblica amministrazione si stanno allungando, così come non c`è nessuna certezza sullo strumento legislativo con cui precedere".

"Dalle dichiarazioni odierne - ha aggiunto il sindacalista Ugl - non emerge nessuna nuova certezza o spiegazione aggiuntiva, mentre il tempo che abbiamo a disposizione sta per scadere e i lavoratori precari hanno bisogno di una risposta".

Le reazioni alla parole del ministro della Funzione Pubblica sono state anche di carattere politico. Oriano Giovanelli, presidente del Forum riforme PA e innovazione del Partito democratico, ha detto che il Pd "sta seguendo con grande attenzione e preoccupazione la vicenda che coinvolge oltre 250mila precari della Pubblica amministrazione".

"Sosteniamo - ha aggiunto - l`impegno del ministro teso a prorogare i termini dei contratti in essere e a fare in modo che, in accordo con le organizzazioni sindacali, si producano le soluzioni necessarie al graduale riassorbimento di queste lavoratrici e lavoratori. Una particolare attenzione chiediamo che venga rivolta al mondo della scuola e della sanità, dove i precari garantiscono servizi essenziali".

"Infine, come partito che si candida al governo constatiamo che il blocco generalizzato delle assunzioni e i tagli lineari hanno prodotto questa assurda e grave situazione che, in futuro, sarà nostro compito evitare che si riproduca", ha promesso Giovanelli.

Secondo il responsabile lavoro e welfare dell`Italia dei Valori, Maurizio Zipponi, "ormai il Governo Monti agisce spudoratamente contro i lavoratori. Prima crea il dramma degli esodati poi sostiene che sono un problema da risolvere, lasciando 200mila persone senza stipendio o pensione. Ora Patroni Griffi riconosce l`esistenza di 260mila precari nel pubblico impiego, di cui la metà nella scuola e il resto nella sanità, e con evidenti lacrime di coccodrillo dichiara che non è possibile stabilizzarli".

Il tema dei precari è stato affrontato anche da esponenti del Popolo delle Libertà. In particolare da Elena Centemero, responsabile nazionale Scuola del Pdl, secondo cui "il problema dei precari nella scuola è sicuramente una questione importante e imputabile a scelte sbagliate assunte per decenni. Bene ha fatto il segretario della Cisl Baratta - ha sottolineato - a richiamare questa situazione. Tuttavia ritengo che il tema meriti di essere affrontato e risolto in modo più ampio e approfondito e in un provvedimento diverso dalle legge di stabilità".

"E` infatti necessaria - ha sottolineato Centemero - una seria riforma del sistema di reclutamento che affronti contestualmente un`altra questione che riteniamo centrale, ossia l`inserimento dei giovani nel mondo della scuola. I giovani dei Tfa verrebbero infatti seriamente penalizzati dall`attenzione esclusiva alla stabilizzazione dei precari. Non riteniamo possibile - ha concluso la rappresentante del Pdl - trattare questi due aspetti in modo separato".

Un concetto simile era stato espresso ventiquattrore prima anche da Erminia Mazzoni, che durante un dibattito sulla scuola italiana tenuto alla Commissione Petizioni del Parlamento Ue, ha detto che l’Italia ignora totalmente la direttiva comunitaria 1999/70/CE ed in questo modo continua a rimanere “al di fuori della normativa comunitaria” ed è quindi giunta l’ora che l’Unione europea intervenga “per ripristinare la legalità”.

Le sue parole sono state riprese da Marcello Pacifico, presidente dell’Anief e delegato Confedir per la scuola, che solo alcuni giorni fa si era recato a Bruxelles e a Strasburgo proprio per depositare una circostanziata denuncia del sindacato per la reiterata violazione dell’Italia della direttiva comunitaria citata dalla Mazzoni. Pacifico ha detto che “a questo punto lo Stato italiano rischia davvero di incorrere in condanne milionarie”. E il Governo, che evidentemente è consapevole di questo pericolo, sta lavorando proprio per non incappare in queste infrazioni: tanto che l’accordo quadro che si sta realizzando con i sindacati contiene, in cambio di una serie di garanzie richieste da questi ultimi, anche una deroga ai 36 mesi. Per l’Anief, però, non servirà a molto. “I parlamentari italiani sanno bene che adottare una deroga a questa direttiva, come accaduto attraverso la legge 106/2011, non può essere la soluzione al problema”. Pacifico ce ne ha anche per Patroni Griffi: dimentica un dato essenziale”, che “da decenni lo Stato nella sanità e nella scuola abusa dei diritti dei giovani lavoratori ad una giusta retribuzione relegandoli in un regime di precarietà di lungo corso”. Secondo il sindacalista Anief-Confedir “se il Governo ha a cuore le sorti lavorative dei giovani italiani, invece di pagare delle onerose spese per l'esercito - sostiene Pacifico - farebbe bene non soltanto a stabilizzare tutti i precari del pubblico impiego, ma anche a programmare nuove immissioni in ruolo proprio per i più giovani”.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

La battaglia per salvaguardare il diritto all’assunzione dei precari non ha colori politici: dopo diversi deputati della sinistra, anche i rappresentanti dello schieramento opposto si schierano con l’Anief per interrompere la piaga dell’abuso dei contratti a tempo determinato nella scuola italiana. Oggi a sostenerlo chiaramente è stata l'eurodeputata del Pdl Erminia Mazzoni durante un dibattito sulla scuola italiana tenuto alla Commissione Petizioni del Parlamento Ue presieduta dalla stessa Mazzoni.

L’eurodeputata ha ricordato, come sostiene da tempo l’Anief, che l’Italia ignora totalmente la direttiva comunitaria 1999/70/CE, secondo cui il personale che ha svolto oltre 36 mesi di lavoro negli ultimi 5 anni va automaticamente assunto a tempo indeterminato: in questo modo il nostro Paese, ha sottolineato Mazzoni, continua a rimanere “al di fuori della normativa comunitaria” ed è quindi giunta l’ora che l’Unione europea intervenga “per ripristinare la legalità”.

L’Anief tiene a precisare che proprio in questi giorni la Commissione dell’Ue è stata informata di questa ingiustizia tutta italiana. A farlo è stato Marcello Pacifico, presidente dell’Anief e delegato Confedir per la scuola, che è volato a Bruxelles e a Strasburgo proprio per depositare una circostanziata denuncia del sindacato per la reiterata violazione dell’Italia della direttiva comunitaria 1999/70 e annunciare l’arrivo, sul tavolo della Commissione, di migliaia di denunce sottoscritte dai precari docenti e Ata della scuola italiana.

Pacifico dichiara che “a questo punto lo Stato italiano rischia davvero di incorrere in condanne milionarie. Dovrà quindi obbligatoriamente rivedere le sue spese. E assegnare, perché costretto, le sue risorse alla stabilizzazione del personale deputato al normale funzionamento della macchina amministrativa piuttosto che ai costi della politica”. Evidentemente la messa in mora dell’Italia in merito alla procedura 2124/10 relativa al personale non docente della scuola non è bastata. “I parlamentari italiani sanno bene che adottare una deroga a questa direttiva, come accaduto attraverso la legge 106/11, non può essere la soluzione al problema. Continuare ad imporre le ragioni economiche e ad ignorare lo stato di diritto dell’Unione e dei suoi cittadini - conclude Pacifico - non è più giustificabile”.

Fonte: AgenParl

 

"La battaglia per salvaguardare il diritto all'assunzione dei precari non ha colori politici: dopo diversi deputati della sinistra, anche i rappresentanti dello schieramento opposto si schierano con l'Anief per interrompere la piaga dell'abuso dei contratti a tempo determinato nella scuola italiana. Oggi a sostenerlo chiaramente è stata l'eurodeputata del Pdl Erminia Mazzoni durante un dibattito sulla scuola italiana tenuto alla Commissione Petizioni del Parlamento Ue presieduta dalla stessa Mazzoni". Lo afferma in una nota l'Anief.

"L'eurodeputata ha ricordato, come sostiene da tempo l'Anief, che l'Italia ignora totalmente la direttiva comunitaria 1999/70/CE, secondo cui il personale che ha svolto oltre 36 mesi di lavoro negli ultimi 5 anni va automaticamente assunto a tempo indeterminato: in questo modo il nostro Paese, ha sottolineato Mazzoni, continua a rimanere 'al di fuori della normativa comunitaria' ed è quindi giunta l'ora che l'Unione europea intervenga 'per ripristinare la legalità' - prosegue il sindacato -. L'Anief tiene a precisare che proprio in questi giorni la Commissione dell'Ue è stata informata di questa ingiustizia tutta italiana. A farlo è stato Marcello Pacifico, presidente dell'Anief e delegato Confedir per la scuola, che è volato a Bruxelles e a Strasburgo proprio per depositare una circostanziata denuncia del sindacato per la reiterata violazione dell'Italia della direttiva comunitaria 1999/70 e annunciare l'arrivo, sul tavolo della Commissione, di migliaia di denunce sottoscritte dai precari docenti e Ata della scuola italiana".

Pacifico dichiara che "a questo punto lo Stato italiano rischia davvero di incorrere in condanne milionarie. Dovrà quindi obbligatoriamente rivedere le sue spese. E assegnare, perché costretto, le sue risorse alla stabilizzazione del personale deputato al normale funzionamento della macchina amministrativa piuttosto che ai costi della politica".

"Evidentemente la messa in mora dell'Italia in merito alla procedura 2124/10 relativa al personale non docente della scuola non è bastata - conclude Pacifico -. I parlamentari italiani sanno bene che adottare una deroga a questa direttiva, come accaduto attraverso la legge 106/11, non può essere la soluzione al problema. Continuare ad imporre le ragioni economiche e ad ignorare lo stato di diritto dell'Unione e dei suoi cittadini non è più giustificabile".

Fonte: Italpress

 

Concorso a cattedra: possono partecipare anche i docenti di ruolo. Il Tar Lazio ha dato ragione ai legali Fabio Ganci e Walter Miceli dell'Anief che, in un ricorso patrocinato dall'associazione per una ricorrente che intendeva cambiare classe concorsuale e ordine dalla scuola media a quella superiore, aveva fatto ricorso avverso il procedimento di esclusione dopo aver inviato una domanda cartacea a causa della procedura telematica predisposta dall'amministrazione.

"Avevamo ragione - commenta Marcello Pacifico, presidente Anief - il concorso è nato sotto una cattiva stella e fa acqua da tutte le parti". "La prossima sfida del sindacato - continua Pacifico - riguarda adesso la soglia del test per passare alle prove successive: 35 punti su 50 per i candidati che svolgeranno le preselezioni tra il 17 e il 18 dicembre, mentre per l'Anief ne sarebbero bastati 30 su 50 visto che il legislatore ha fissato a 6 su 10 il punteggio minimo per accedere allo step successivo".

Fonte: TMNews

 

Il Tar Lazio ha dato ragione ai legali Fabio Ganci e Walter Miceli dell'Anief che, in un ricorso patrocinato dall'associazione per una ricorrente che intendeva cambiare classe concorsuale e ordine dalla scuola media a quella superiore, aveva fatto ricorso avverso il procedimento di esclusione dopo aver inviato una domanda cartacea a causa della procedura telematica predisposta dall'amministrazione.

"Il nuovo successo ottenuto dall'associazione professionale e sindacale segue quello per l'ammissione dei laureati negli ultimi dieci anni non abilitati", sottolinea il sindacato in una nota.

"Avevamo ragione - commenta Marcello Pacifico, presidente Anief -, il concorso è nato sotto una cattiva stella e fa acqua da tutte le parti".

"La prossima sfida del sindacato - continua Pacifico – riguarda adesso la soglia del test per passare alle prove successive: 35 punti su 50 per i candidati che svolgeranno le preselezioni tra il 17 e il 18 dicembre, mentre per l'Anief ne sarebbero bastati 30 su 50 visto che il legislatore ha fissato a 6 su 10 il punteggio minimo per accedere allo step successivo".

Fonte: Italpress

 

L'Anief l'ha scritto grande e grosso sul suo sito: ci sono otto buoni motivi per fare ricorso contro il concorsone della scuola che prenderà il via il 17 dicembre. Il Tar finora gli ha dato ragione su due motivi, il secondo si è appena saputo ed è il divieto previsto dal ministero di partecipare per i docenti abilitati anche se di ruolo nella scuola.

Si veniva, insomma, a creare secondo il ricorso dell'Anief una situazione di evidente discriminazione: tutti i dipendenti pubblici possono partecipare tranne chi è un docente già abilitato. E il Tar Lazio ha dato ragione ai legali Ganci e Miceli dell'Anief che in un ricorso patrocinato dall'associazione per una ricorrente che intendeva cambiare classe concorsuale e ordine dalla scuola media a quella superiore aveva fatto ricorso contro il procedimento di esclusione dopo aver inviato una domanda cartacea a causa della procedura telematica predisposta dall'amministrazione.

"E' la seconda vittoria dopo l'ammissione dei laureati negli ultimi dieci anni che il ministero aveva escluso. Il concorso e' nato sotto una cattiva stella e fa acqua da tutte le parti", commenta Marcello Pacifico, presidente dell'Anief.

La prossima sfida riguarda la soglia del test per passare alle prove successive: 35 punti su 50 per i candidati che si siederanno tra il 17 e il 18 dicembre, da 30 a 34 per il sindacato Anief che ricorda come il legislatore abbia fissato in punti 6 su 10 il punteggio minimo per accedere alla fase successiva.

Fonte: La Stampa

 

In attesa dell’approvazione del regolamento per il rinnovo delle Rsu nelle scuole dimensionate, l’Aran fornisce i dati della tornata elettorale dello scorso marzo e degli iscritti: l’organizzazione di Pantaleo fa il pieno di consensi alle urne, ma quella di Scrima comanda saldamente per numero di deleghe. Stesso esito per Snals e Uil. E tra le organizzazioni minori: l’Anief prende meno voti, ma vanta più iscritti dell’Unicobas. Riprendono intanto le "scaramucce".

A meno di un anno dall’ultima tornata di elezioni delle rappresentanze dei lavoratori della scuola, nelle prossime settimane una bella fetta degli istituti pubblici (quelle dimensionate) sarà chiamata ad un altro rinnovo delle Rsu. L’ipotesi di accordo su cui Aran e sindacati hanno lavorato e definito una bozza definitiva, come già comunicato su questo sito internet, sta ora seguendo l’iter di verifiche e pareri da parte della Funzione Pubblica e del Mef (poi sarà la volta della Corte dei Conti).

“Tale Ipotesi – ha commentato l’Aran - consente di adeguare la normativa vigente alla particolare situazione determinatasi nel settore della Scuola a seguito dei processi di dimensionamento delle istituzioni scolastiche, nell’ottica di rispettare il principio dell’unicità della RSU e, al tempo stesso, garantire la stabilità della stessa”.

In attesa del ritorno alle urne d’istituto da parte di decine di migliaia di lavoratori della scuola, l’Aran ha reso pubblici i conteggi riguardanti l’esito delle elezioni svolte nella prima decade di marzo 2012. E, per la prima volta contemporaneamente, ha anche reso noto il numero di deleghe, che rappresentano le iscrizioni dei lavoratori agli stessi sindacati.

Il quadro che ne è uscito fuori va a costituire quello che sempre l’Aran definisce “l’accertamento della rappresentatività sindacale per il triennio 2013-2015”. Andando ad esaminare il comparto Scuola, diciamo subito che gli equilibri rimangono sostanzialmente immutati. La Flc-Cgil, come già rilevato, primeggia per numero di voti: oltre 257mila lavoratori l’hanno indicata come l’organizzazione più indicata a cui affidare la difesa dei propri diritti professionali all’interno dell’istituto dove operano. Segue la Cisl Scuola, con circa 191mila preferenze.

Un po’ curiosamente, il sindacato di Francesco Scrima, però, si rifà ampiamente quando si vanno ad esaminare le deleghe: se la Flc-Cgil si ferma a 128mila tessere, la Cisl Scuola tiene saldamente il comando di questo versante con oltre 154mila sostenitori.

Lo stesso genere di alternanza si registra anche per altri due sindacati più rappresentativi. Se, infatti, la Uil Scuola è riuscita a superare lo Snals-Confsal per numero di votanti Rsu (119mila contro 115mila), anche in questo caso la quantità di deleghe è invertita: l’organizzazione guidata da Marco Paoli Nigi sfiora, infatti, i 100mila iscritti (99.405), mentre quella con a capo Massimo Di Menna si ferma a poco più di 72mila.

Il quinto e ultimo sindacato che si siede al tavolo delle trattative con il Miur rimane la Gilda degli Insegnanti, che in occasione del rinnovo delle Rsu del 5, 6 e 7 marzo scorsi ha riscosso quasi 50mila voti. La stessa quantità che viene registrata per le deleghe.

Il fenomeno delle deleghe non proporzionali alle preferenze uscite dall’urna si registra anche tra le organizzazioni minori. I Cobas, ad esempio, con 15.664 voti si confermano (pur perdendo terreno) la prima rappresentanza di lavoratori che non manda i proprio sindacalisti a trattare con il Miur. Ma se poi si va a vedere il numero di iscrizioni al sindacato, si scopre che la sesta posizione è ad appannaggio dell’Anief: l’organizzazione gestita da Marcello Pacifico, infatti, evidentemente grazie alle vertenze vinte nei tribunali, a soli quattro anni dalla nascita si ritrova già 8.623 iscritti (a fronte di quasi 10mila voti Rsu). Mentre i Cobas si devono accontentare di 6.533 deleghe.

Stesso discorso per Cisal Scuola e Unicobas Scuola: il sindacato di d’Errico ha incassato, sempre in occasione del rinnovo delle rappresentanze d’inizio marzo, 4.168 voti; il numero di deleghe, però, non raggiunge le 2mila unità. Mentre la Cisal ha sì preso appena 2.616 voti, ma le tessere sono di più (3.899).

Tra le reazioni dei diretti interessati che si sono susseguite in questi ultimi giorni, c’è quella particolarmente positiva espressa dal segretario generale della Uil Scuola: “I numeri parlano chiaro – commenta il sindacalista - l’azione sindacale non solo non è in crisi ma le persone scelgono il modello di sindacato che sentono più vicino. Tra il 2007 e il 2011 per numero di nuovi iscritti, la Uil Scuola risulta al primo posto passando da 65.165 a 72.127 con + 6.962. Con consensi sempre crescenti stiamo affrontando con determinazione e chiarezza l’attuale complessa fase che richiede un forte impegno per la qualità della scuola pubblica”.

Ad essere entusiasta è anche Marcello Pacifico (Anief), secondo cui i dati riportati dall’Aran rappresentano un segnale “importante se si pensa che finalmente, dopo venti anni, nella scuola si comincia a percepire un'alternativa ai sindacati tradizionali di potere o di base. La scelta di non connotare ideologicamente il nuovo sindacato, ma di orientarlo alla tutela dei diritti attraverso il sapiente ricorso alla magistratura, - conclude Pacifico - oggi risulta non soltanto apprezzata dai colleghi ma vincente in un momento in cui la contrattazione è bloccata”.

Decisamente polemico, con riferimenti impliciti agli altri sindacati, è il commento della Flc-Cgil: “ la sindacalizzazione fra i lavoratori della conoscenza – scrive l’organizzazione guidata da Mimmo Pantaleo - è cresciuta ma non per tutti. Perdono iscritti, e anche sensibilmente, quelle organizzazioni che per questo vantavano il primato”. La Flc-Cgil sostiene poi che gli ultimi accadimenti faranno pendere ancora più la bilancia a proprio favore: “la recente vicenda dello sciopero e della manifestazione del 24, prima proclamati e poi sospesi o revocati per il solo fatto di essere stati ammessi a sedere al tavolo con tre ministri e un sottosegretario, - scrive sempre l’organizzazione di via Leopoldo Serra - ha suscitato la reazione di migliaia di lavoratori che sono scesi in piazza con la Flc Cgil, che ci hanno mandato messaggi di sostegno e solidarietà, che hanno deciso di lasciare tessere ormai senza valore”.

Di avviso opposto la Cisl Scuola, che non manca l’occasione di rispondere per le rime. “Sono ancora una volta i numeri, alla fine, a restituire il giusto senso delle proporzioni, facendo giustizia delle parole in libertà con cui, approfittando della generosa ospitalità di una rivista on line, qualcuno si è autonominato vincitore delle elezioni, con arditezze di calcolo e di ragionamento che lasciano strabiliati. Non avremmo altro da aggiungere, perché le tabelle diffuse dall’Aran parlano da sole. La Cisl Scuola conferma un saldo primato nel numero degli iscritti, incrementando sia pur di poco la percentuale di consensi elettorali, in una tornata di rinnovo delle Rsu – conclude il sindacato di Scrima - nella quale erano in tanti ad attendersi (e ad augurarsi) un suo tracollo”.

Insomma, altro che tregua per combattere assieme il tentativo del Governo di imporre le 24 ore settimanali d’insegnamento e blocco degli scatti automatici in busta paga: la nuova stagione elettorale per il rinnovo di migliaia di Rsu nelle scuole dimensionate è già entrata nel vivo.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

Nella scuola nessun corporativismo, ma una richiesta all’unisono: cambiare il modo di gestire la res publica.

Invece di inviare accuse irreali alla scuola, il Governo dei tecnici potrebbe lasciare un segno indelebile destinandogli i soldi delle accise sui carburanti o delle tasse turistiche. Ed in generale, rilanciando l’enorme patrimonio culturale dell’Italia. Il presidente del Consiglio, Mario Monti, non può continuare a dichiarare pubblicamente che la scuola è protetta dal corporativismo e che è pronto ad “ascoltare le istanze del mondo della scuola a patto che siano fatte in maniera costruttiva e senza strumentalizzazioni”.

L’Anief risponde a Monti dicendo che nella scuola non esiste alcun corporativismo, ma una sola voce che chiede un profondo cambiamento nel modo di gestire la res publica, la cosa pubblica. Secondo il presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, l’attuale capo del Governo “non dovrebbe dimenticare che è stato un docente anche lui. E anche per questo, l'essere considerato un esperto, è stato chiamato alla guida del Paese. Il problema è che le riforme da lui proposte hanno avuto il solo merito di essere state approvate con maggiore celerità dal Parlamento, senza alcun compromesso, e tuttavia rimangono ancorate alla vecchia filosofia dei tagli lineari e alla pericolosa deriva autoritaria della compressione di diritti inalienabili. Creati dalle democrazie moderne per tutelare il lavoro, la famiglia e la felicità esistenziale”.

Il sindacato non può rimanere inerme di fronte a questa cronica mancanza di sensibilità. Che da diversi anni sta sfiorando l’autolesionismo: come si può definire, del resto, l’azione degli ultimi Governi, che pur cambiando “pelle” continuano a voler risanare l'amministrazione vendendo i suoi servizi e i suoi preziosi beni immateriali? E soprattutto a licenziare i suoi professionisti dell’insegnamento?

“Monti dovrebbe sapere – continua Pacifico - che da Platone in poi ai maestri è stato sempre affidato il compito del cambiamento e del buon governo attraverso l'esercizio della giustizia, che non può che essere in primo luogo sociale. Se veramente tenesse alle sorti dell’Italia, il presidente del Consiglio dovrebbe fare di tutto per aumentare almeno di un punto percentuale di Pil l'investimento sul settore dell'istruzione, dell'università e della ricerca”.

Non è vero che è impossibile raggiungere questo obiettivo prioritario, che allineerebbe l’Italia ai Paesi più avanzati dell’Ue e agli Stati Uniti: per il presidente Pacifico, “basterebbe prelevare i soldi dalle accise sui carburanti o dalle tasse turistiche. E più in generale, adottare un serio piano di riconversione della produzione economica-industriale intorno all’enorme patrimonio culturale dell’Italia. Che va valorizzato e non svenduto”.

Anief è convinta che “il prestigio goduto dal presidente Monti in Europa non può essere speso esclusivamente per tutelare interessi economici consolidati. Ma deve poter esser utile al cambiamento, verso un umanesimo che il mondo ci invidia e che ci ha riconosciuto nel recente nobel per la pace. Non vi è pace senza giustizia, e non vi è una società giusta senza cultura”, conclude Pacifico.

Fonte: AgenParl

 

"Il presidente del Consiglio, Mario Monti, non può continuare a dichiarare pubblicamente che la scuola è protetta dal corporativismo e che è pronto ad 'ascoltare le istanze del mondo della scuola a patto che siano fatte in maniera costruttiva e senza strumentalizzazioni'. L'Anief risponde a Monti dicendo che nella scuola non esiste alcun corporativismo, ma una sola voce che chiede un profondo cambiamento nel modo di gestire la res publica, la cosa pubblica". È quanto si legge in una nota del sindacato.

Secondo il presidente dell'Anief, Marcello Pacifico, l'attuale capo del Governo "non dovrebbe dimenticare che è stato un docente anche lui. E anche per questo, l'essere considerato un esperto, è stato chiamato alla guida del Paese. Il problema è che le riforme da lui proposte hanno avuto il solo merito di essere state approvate con maggiore celerità dal Parlamento, senza alcun compromesso, e tuttavia, rimangono ancorate alla vecchia filosofia dei tagli lineari e alla pericolosa deriva autoritaria della compressione di diritti inalienabili. Creati dalle democrazie moderne per tutelare il lavoro, la famiglia e la felicità esistenziale".

"Il sindacato non può rimanere inerme a questa cronica mancanza di sensibilità - prosegue l'Anief -. Che da diversi anni sta sfiorando l'autolesionismo: come si può definire, del resto, l'azione degli ultimi Governi, che pur cambiando 'pelle' continuano a voler risanare l'amministrazione vendendo i suoi servizi e i suoi preziosi beni immateriali? E soprattutto a licenziare i suoi professionisti dell'insegnamento?".

"Monti dovrebbe sapere - continua Pacifico - che da Platone in poi ai maestri è stato sempre affidato il compito del cambiamento e del buon governo attraverso l'esercizio della giustizia, che non può che essere in primo luogo sociale. Se veramente tenesse alle sorti dell'Italia, il presidente del Consiglio dovrebbe fare di tutto per aumentare almeno di un punto percentuale di Pil l'investimento sul settore dell'istruzione, dell'università e della ricerca".

"Non è vero che e' impossibile raggiungere questo obiettivo prioritario, che allineerebbe l'Italia ai Paesi più avanzati dell'Ue e agli Stati Uniti - per il presidente Pacifico - basterebbe prelevare i soldi dalle accise sui carburanti o dalle tasse turistiche. E più in generale, adottare un serio piano di riconversione della produzione economica-industriale intorno all'enorme patrimonio culturale dell'Italia. Che va valorizzato e non svenduto".

Anief è convinta che "il prestigio goduto dal presidente Monti in Europa non può essere speso esclusivamente per tutelare interessi economici consolidati. Ma deve poter esser utile al cambiamento, verso un umanesimo che il mondo ci invidia e che ci ha riconosciuto nel recente nobel per la pace. Non vi è pace senza giustizia, e non vi è una società giusta senza cultura", conclude Pacifico.

Fonte: Italpress

 

Mentre il presidente brasiliano, Dilma Rousseffche, destina al sistema d’istruzione, con il record di abbandoni precoci, “il 100% delle royalties dei nuovi contratti”, nel nostro Paese siamo fermi alle proposte. Come quella di Carlo De Benedetti di un paio di giorni fa: i soldi delle armi e missioni di pace investiamoli per sviluppare le “teste” dei cittadini. Pacifico (Anief-Confedir): finalmente un segnale contro la politica miope dei tagli. Ma il Governo che dice?

È possibile che l’Italia debba prendere lezioni sul rilancio dell’istruzione pubblica anche da Paesi del Sud America, dove il livello culturale medio e il numero di bambini che vanno a scuola non è nemmeno paragonabile a quello della nostra Penisola? Eppure è possibile.

Basta andare a leggere i lanci delle agenzie di stampa del 1° dicembre per averne la riprova. Il protagonista è il presidente del Brasile, Dilma Rousseffche, che ha comunicato l’approvazione di un decreto di cui si parlerà a lungo: i proventi delle nuove concessioni petrolifere del Brasile andranno tutti a finanziare la scuola.

Non ci sono trucchi o inganni: il decreto, approvato da Dilma, riporta proprio che "il 100% delle royalties dei nuovi contratti" sarà devoluto al sostegno dell'istruzione.

Per capire la portata del provvedimento basta andare a leggere le cronache dei quotidiani. Nel 2011, ha scritto El Pais, le entrate garantite dalle concessioni petrolifere sono stati pari a 13.000 milioni di real (circa 4.600 milioni di euro), che potrebbero aumentare a fronte del via libera concesso dal governo per l'esplorazione di nuovi giacimenti. Il ministro dell'Istruzione, Aloizio Mercandante, ha sottolineato il valore storico della decisione del governo: "non c'è futuro migliore per il paese – ha detto il responsabile dell’istruzione brasiliana - che investire nell'istruzione".

Per il ministro, "solo l'istruzione renderà il Brasile un Paese veramente sviluppato, dal momento che l'istruzione è il fondamento di ogni futuro sviluppo economico". Nonostante la sua forza economica, infatti, il Brasile continua a rimanere nel fanalino di coda per la qualità dell'istruzione: il 40% degli studenti che iniziano gli studi superiori, li abbandona prima di completarli.

Il Parlamento brasiliano aveva approvato il 6 novembre scorso questo progetto di legge piuttosto controverso, perchè prevede un'equa distribuzione dei proventi tra tutti i 27 Stati del Paese, produttori o meno di petrolio. La norma aveva quindi ottenuto il via libera del Senato e non rimaneva che la decisione del Presidente. La legge porta dal 30 al 20 per cento le royalties per il governo federale e dal 26 al 20 per cento quelle per gli Stati produttori; gli Stati non produttori le vedranno invece aumentare dal 7 al 21 per cento entro il 2013 e fino al 27% nel 2020.

Fin qui la cronaca di quello che è stato deciso in Brasile. E in Italia cosa si fa? Il copione è sempre lo stesso: nella migliore delle ipotesi si mantiene l’assetto originario. Spesso, però sempre più spesso, la tendenza è quella di tagliare. Dal numero degli insegnanti alla quantità dei fondi destinati agli istituti, dalla quantità delle classi a quella delle sedi dove si fa lezione.

È di pochi giorni fa la proposta di Carlo De Benedetti di convogliare sull’istruzione le copiose spese che il Paese sostiene per gli apparati militari e le missioni di pace: per il famoso industriale, conosciuto in tutto il mondo, una nazione che intende migliorarsi ha deve puntare sulla “testa” dei suoi cittadini. “Se investissimo nel sapere evidentemente costruiremmo il nostro futuro”, ha spiegato De Benedetti.

Le sue parole, tuttavia, non sembrano aver mosso troppe coscienze. Quando si parla di scuola, purtroppo, funziona così: è come se si parlasse di un tema astratto.

Qualche reazione, comunque, c’è stata. Come quella di Marcello Pacifico, che parlando a nome di Anief e Confedir ha giudicato la proposta convincente. Se non altro perchè ha “il merito di aprire il dibattito nell'opinione pubblica sulla necessità di trovare a tutti i costi una fonte da cui attingere risorse per rilanciare l'istruzione e la ricerca nel nostro Paese”.

“L’auspicio di Carlo De Benedetti – ha continuato Pacifico - rappresenta finalmente un segnale opposto alla politica miope dei tagli di risorse e di finanziamenti che in questi ultimi dieci anni ci ha sempre più allontanato dalla crescita globale”.

“Lo hanno capito in Germania e negli Stati Uniti, dove gli investimenti per l’istruzione non si toccano, anzi si incrementano. In Italia, invece, le ultime proposte calate dell’alto mirano ancora una volta a produrre risparmi nella scuola. Come quella dell'aumento delle ore d’insegnamento settimanali dei docenti italiani in servizio nella scuola media e superiore: un’idea balzana del Governo, saggiamente cancellata in Parlamento, che sarebbe stata funzionale solo al risparmio di altri milioni di euro da sottrarre – ha concluso amaramente il sindacalista Anief-Confedir - all'istruzione dei nostri giovani”.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

L'industriale Carlo De Benedetti è intervenuto sui tagli alla scuola in un dibattito organizzato da MicroMega sui temi di attualità, in maniera piuttosto esplicita e diretta. Anief e Confedir trovano convincente la proposta di Carlo De Benedetti di dirottare sulla scuola i tanti soldi che lo Stato italiano spende per le spese militari e per le missioni di pace,

"So di dire una bestemmia ma lo dico lo stesso - ha affermato De Benedetti - in un Paese come il nostro invece che spendere soldi per attività militari e in missioni all'estero che non ci possiamo permettere, come quella in Afghanistan, se investissimo nel sapere evidentemente costruiremmo il nostro futuro. Qual è in questo contesto l'elemento di competitività è il sapere. Non i soldi ma la testa. E su questo bisogna investire".

Secondo Marcello Pacifico, presidente dell’Anief e delegato Confedir per la scuola, “l’auspicio di Carlo De Benedetti rappresenta finalmente un segnale opposto alla politica miope dei tagli di risorse e di finanziamenti che in questi ultimi dieci anni ci ha sempre più allontanato dalla crescita globale”.

“Lo hanno capito in Germania e negli Stati Uniti, dove gli investimenti per l’istruzione non si toccano, anzi si incrementano. In Italia, invece, le ultime proposte calate dell’alto mirano ancora una volta a produrre risparmi nella scuola. Come quella dell'aumento delle ore d’insegnamento settimanali dei docenti italiani in servizio nella scuola media e superiore: un’idea balzana del Governo, saggiamente cancellata in Parlamento, che sarebbe stata funzionale solo al risparmio di altri milioni di euro da sottrarre all'istruzione dei nostri giovani”.

Fonte: Orizzonte Scuola

 

Anief e Confedir trovano convincente la proposta di Carlo De Benedetti di dirottare sulla scuola i tanti soldi che lo Stato italiano spende per le spese militari e per le missioni di pace, ad iniziare da quella in corso in Afghanistan: l'idea dell'imprenditore, secondo cui "se investissimo nel sapere evidentemente costruiremmo il nostro futuro", "ha il merito di aprire il dibattito nell'opinione pubblica sulla necessità di trovare a tutti i costi una fonte da cui attingere risorse per rilanciare l'istruzione e la ricerca nel nostro Paese", sottolinea l'Anief.

Secondo Marcello Pacifico, presidente dell'Anief e delegato Confedir per la scuola, "l'auspicio di Carlo De Benedetti rappresenta finalmente un segnale opposto alla politica miope dei tagli di risorse e di finanziamenti che in questi ultimi dieci anni ci ha sempre più allontanato dalla crescita globale".

"Lo hanno capito in Germania e negli Stati Uniti, dove gli investimenti per l'istruzione non si toccano, anzi si incrementano - aggiunge -. In Italia, invece, le ultime proposte calate dell'alto mirano ancora una volta a produrre risparmi nella scuola. Come quella dell'aumento delle ore d'insegnamento settimanali dei docenti italiani in servizio nella scuola media e superiore: un'idea balzana del Governo, saggiamente cancellata in Parlamento, che sarebbe stata funzionale solo al risparmio di altri milioni di euro da sottrarre all'istruzione dei nostri giovani".

Fonte: Italpress

 

“I precari della scuola pubblica italiana sono diventati 136.000: un record, segnalato anche dalla Ragioneria Generale dello Stato che nelle ultime ore ha reso pubblico il dato, da cui emerge che i supplenti annuali delle nostre scuole rappresentano ormai oltre la metà della quota totale di lavoratori non di ruolo che opera oggi nel pubblico impiego". Lo afferma in una nota l'Anief, che prosegue: "Ora però apprendiamo con stupore che il Governo italiano anziché prendersi le proprie responsabilità, decidendo quando e dove assumere docenti e personale Ata, adottando finalmente la direttiva comunitaria 1999/70/CE, decide incredibilmente di fare pressioni sul Parlamento per inserire un emendamento al disegno di legge di Stabilità che li danneggia: a causa di mere esigenze economiche, i precari della scuola sarebbero infatti esclusi dalla proroga dei contratti dei precari nella pubblica amministrazione".

Secondo Marcello Pacifico, presidente dell'Anief e delegato Confedir per la scuola, quanto sta accadendo è privo di ragioni obiettive: "a questo punto - osserva il sindacalista - o si fa un passo indietro e si dichiara conclusa la privatizzazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego o si assisterà all'invio da parte dei lavoratori di migliaia di denunce alla Commissione europea, con relative richieste di apertura di procedura d'infrazione. Con lo Stato che, a seguito di sicure condanne milionarie, dovrà obbligatoriamente rivedere le sue spese. E assegnare, perché costretto, le sue risorse alla stabilizzazione del personale deputato al normale funzionamento della macchina amministrativa piuttosto che ai costi della politica".

"Forte delusione arriva anche per il comportamento degli altri sindacati presenti all'incontro di ieri al Ministero della Funzione Pubblica - prosegue la nota -: durante un incontro con le parti sociali sul precariato, soltanto la Confedir, attraverso la propria delegata Chiara Cozzetto, ha denunciato la violazione della direttiva comunitaria che impone agli Stati che fanno parte dell'UE di assumere, al pari dei datori di lavoro privati, tutti i dipendenti che hanno svolto almeno 36 mesi di servizio negli ultimi cinque anni".

Cozzetto ha ricordato che "proprio in questi giorni Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir alla scuola, si è recato a Bruxelles e a Strasburgo per rendere coscienti i rappresentanti dell'Unione Europea delle disattenzioni del Governo italiano su questo punto imprescindibile. E per chiedere giustizia. E mentre la Cisl e la Cgil hanno rivendicato l'emanazione del decreto sul personale inidoneo, al fine di sbloccare le assunzioni autorizzate di 5 mila non docenti, il tavolo sul precariato ha sconfessato gli stessi sindacati costretti a continuare a inseguire la protesta di chi grazie all'Anief dal 2010 chiede conto degli abusi subiti".

"Se vi sono, infatti, 40.000 posti disponibili per il personale Ata - commenta Pacifico - anche la richiesta di sblocco di 5.000 assunzioni appare riduttiva D'altronde, se dopo un anno il posto rimane vacante e disponibile è evidente che debba essere additato al normale funzionamento della scuola: altro che supplenze pluriennali, come auspicato dalla Uil. L'incontro alla Funzione Pubblica ha dunque dimostrato, ancora una volta, solo una cosa: il sindacato tradizionale è rimasto indietro e l'unica voce deve essere affidata ai tribunali della Repubblica".

Fonte: Italpress

 

"Fa acqua da tutte le parti l'esercitatore predisposto dal Ministero dell'Istruzione per permettere agli oltre 320 mila candidati al concorso a cattedra per diventare tra meno di un anno docenti della scuola pubblica italiana: il Miur deve immediatamente pubblicare le risposte esatte, altrimenti rischia di disorientare gli aspiranti docenti anziché permettergli di studiare i contenuti delle prove preliminari fissate per il 17 e 18 dicembre prossimi". A sostenerlo è Marcello Pacifico, presidente dell'Anief e delegato Confedir per la scuola, a poche ore dalla decisione del ministero dell'Istruzione "di far esercitare i candidati al concorso senza fargli conoscere l'esito delle 3.500 domande predisposte dalle commissioni di esperti", sottolinea il sindacato.

"Il Miur abbia il coraggio di pubblicare le risposte esatte. Se non lo fa, discrimina i partecipanti, i quali già hanno avuto inspiegabilmente dieci giorni in meno, rispetto ai concorsi pubblici passati, per prepararsi attraverso la lettura di tutti i quesiti", prosegue l'Anief, che si fa portavoce dei candidati, facendo un appello pubblico al Miur "anche per dire che già dal primo giorno il sistema informatico predisposto per rendere pubblici i quesiti è andato in tilt: permangono infatti forti difficoltà a collegarsi, soprattutto per chi non ha la banda larga e diversi problemi nel portare a compimento le sessioni di prova".

"Ma soprattutto c'e' l'amara sorpresa, qualora non si risponda correttamente alle 35 risposte, di non conoscere quelle a cui non si è risposto in modo positivo", sottolinea l'Anief. "Allora a cosa serve esercitarsi?", si chiede Pacifico. "Il sistema sembra quasi tarato per evitare contestazioni immediate contro la formulazione di domande sbagliate. Se così fosse - continua - saremmo di fronte ad un grave errore, perché per evitare di affrontare i problemi si cercherebbe di aggirarli con un sistema informatico cervellotico e inefficace".

"Ad essere danneggiati sono tutti i candidati che non sono in possesso di computer e reti di collegamento all'avanguardia. Limitando, inevitabilmente, le loro opportunità. Il Miur non può fare altro che pubblicare, da subito, tutte le risposte esatte. In caso contrario si renderebbe artefice di una clamorosa discriminazione dei partecipanti al concorso. E poi – conclude Pacifico - non ci si lamenti dei ricorsi...".

Fonte: Italpress

 

"Il concorso per 11 mila nuovi docenti parte con il piede sbagliato: fa acqua da tutte le parti l'esercitatore predisposto dal Miur per permettere agli oltre 320 mila candidati di esercitarsi con i 3.500 quesiti. Il Miur deve immediatamente pubblicare le risposte esatte, altrimenti rischia di disorientare gli aspiranti docenti anziché permettergli di studiare i contenuti delle prove preliminari fissate per il 17 e 18 dicembre prossimi". A sostenerlo è Marcello Pacifico, presidente dell'Anief e delegato Confedir per la scuola, a poche ore dalla decisione del Ministero dell'Istruzione di far esercitare i candidati al concorso senza fargli conoscere l'esito delle domande.

Pacifico spiega che al sindacato sono pervenute "tantissime denunce e proteste per una scelta di cui non si comprendono i motivi: il Miur - dice - abbia il coraggio di pubblicare le risposte esatte. Se non lo fa, discrimina i partecipanti, i quali già hanno avuto inspiegabilmente dieci giorni in meno, rispetto ai concorsi pubblici passati, per prepararsi attraverso la lettura di tutti i quesiti.

Fonte: TMNews

 

"La scuola italiana merita rispetto. E non superficialità e pressappochismo. Soprattutto quando ad esprimerli è il primo ministro del Governo. Per questo le parole pronunciate ieri sera dal presidente del Consiglio Mario Monti, nel corso della trasmissione televisiva 'Che tempo che fa', su RaiTre, rappresentano un grave attacco alla dignità professionale di un milione di docenti italiani che quotidianamente formano i nostri giovani".

Così in una nota Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola, che sottolinea che incrementare l'orario di lezione settimanale dei docenti di 6 ore, non di 2 come ha detto Monti, "non avrebbe significato più didattica e cultura, ma solo un carico di lavoro impossibile da realizzare per dei professionisti della formazione che già svolgono un'attività incessante di lavoro quotidiano".

"Con quelle affermazioni sull'orario aggiuntivo - sostiene Pacifico - il presidente Monti ha prima di tutto sconfessato il suo ruolo istituzionale; in secondo luogo, dovrebbe poi sapere che in qualità di datore di lavoro non può arrogarsi il diritto di cambiare unilateralmente le regole, superando il contratto attraverso la decretazione d'urgenza. Operando in questo modo, l'opposizione se la cerca in piazza e nei tribunali".

L'Anief ritiene, inoltre, che la categoria dei docenti non può in alcun modo essere associata al corporativismo. Altrimenti non si ritroverebbe con gli stipendi più bassi d'Europa e i continui tagli al personale. "Nel merito - continua Pacifico - davvero infondato appare il riferimento a un corporativismo che non c'è: i docenti italiani lavorano le stesse ore di quelli in media negli altri 37 Paesi Ocde nella scuola primaria, 2 ore in meno a settimana nella scuola media e 1 ora in meno nella scuola superiori. Ma prendono a fine carriera 7.000 euro in meno".

"Se il nostro primo ministro offre ai sindacati un adeguato aumento contrattuale - conclude l'Anief - allora la base può anche mettersi a discutere. Ma di fronte ad aumenti di lavoro senza incrementi di stipendio, motivati solo dall'esigenza di tagliare altri 10.000 posti ai precari, dopo i 200.000 cancellati negli ultimi sei anni, allora diciamo no. E senza neanche dire grazie".

Fonte: TMNews

 

"La scuola italiana merita rispetto. E non superficialità e pressappochismo. Soprattutto quando ad esprimerli è il primo ministro del Governo. Per questo le parole pronunciate ieri sera dal presidente del Consiglio Mario Monti, nel corso della trasmissione televisiva 'Che tempo che fà, su RaiTre, rappresentano un grave attacco alla dignità professionale di un milione di docenti italiani che quotidianamente formano i nostri giovani: incrementare il loro orario di lezione settimanale di 6 ore, non di 2 come ha detto Monti, non 'avrebbe significato più didattica e culturà, ma solo un carico di lavoro impossibile da realizzare per dei professionisti della formazione che già svolgono un'attività incessante di lavoro quotidiano". Lo afferma in una nota l'Anief.

"Con quelle affermazioni sull'orario aggiuntivo – sostiene Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola - il presidente Monti ha prima di tutto sconfessato il suo ruolo istituzionale; in secondo luogo, dovrebbe poi sapere che in qualità di datore di lavoro non può arrogarsi il diritto di cambiare unilateralmente le regole, superando il contratto attraverso la decretazione d'urgenza. Operando in questo modo, l'opposizione se la cerca in piazza e nei tribunali".

L'Anief ritiene, inoltre, che "la categoria dei docenti non può in alcun modo essere associata al corporativismo. Altrimenti non si ritroverebbe con gli stipendi più bassi d'Europa e i continui tagli al personale".

"Nel merito - continua Pacifico - davvero infondato appare il riferimento a un corporativismo che non c'è: i docenti italiani lavorano le stesse ore di quelli in media negli altri 37 Paesi Ocde nella scuola primaria, 2 ore in meno a settimana nella scuola media e 1 ora in meno nella scuola superiori. Ma prendono a fine carriera 7.000 euro in meno".

"Alla luce di tutto questo, come si fa a chiedere di aumentargli sensibilmente l'orario di lavoro senza mettere sul tavolo un euro? Il buon senso indica che il minimo che potevano fare gli insegnanti è protestare", sottolinea l'Anief. "Se il nostro primo ministro offre ai sindacati un adeguato aumento contrattuale, allora la base può anche mettersi a discutere. Ma di fronte ad aumenti di lavoro senza incrementi di stipendio, motivati solo dall'esigenza di tagliare altri 10.000 posti ai precari, dopo i 200.000 cancellati negli ultimi sei anni, allora diciamo no. E senza neanche dire grazie", conclude Pacifico.

Fonte: Italpress