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Tecnica della Scuola: Pacifico (Anief), sino al 2015 sindacati disarmati, non rimane che il tribunale

Intervista al presidente del sindacato che predilige i ricorsi al sindacalismo senza più “potere contrattuale”. Ma avverte: devono essere sempre fondati. Critico sulla class action del Codacons. E sull’assunzione dei precari storici non demorde: chiedano all’Ue l’avvio di una procedura d'infrazione, la Cassazione può ancora cambiare idea.

 

Ridurre il precariato, bandire un nuovo concorso per dirigenti scolastici, salvaguardare i diritti del personale di ruolo, come le vittorie sugli inserimenti a “pettine” nelle GaE e sulla trattenuta del 2,5% per l’accantonamento del Tfr. Sono alcuni dei “cavalli di battaglia” dell’Anief, l’associazione sindacale che negli ultimi anni ha condotto le questioni della scuola in decine di tribunali sparsi per la penisola. Creando, piaccia o no, un nuovo modo di fare sindacato.

C’è, infatti, chi continua a preferire la concertazione. Chi preferisce la strada dello sciopero e della piazza, come le Flc-Cgil. Chi intraprende strade nuove, come il Codacons, protagonista del tentativo di avviare anche nel mondo della scuola la pratica della class action.

Per approfondire questi temi abbiamo intervistato Marcello Pacifico, fondatore e presidente dell’Anief.

 

D. - Presidente, da quattro anni il suo sindacato porta avanti con fermezza la linea dei ricorsi a favore del personale scolastico. In diversi casi avete ribadito che si tratta dell'unica strada percorribile. E spesso gli esiti delle sentenze vi hanno dato ragione. Per quale motivo siete allora stati critici verso la class action tentata dal Codacons, attraverso cui si è tentato (inutilmente visto che il Tar ha respinto il tentativo) di tutelare i diritti dei supplenti eterni precari?

R. - Nella sentenza del Tar Lazio si legge che il ricorso promosso dal Codacons è in parte irricevibile e in parte non condivisibile. Non è mai corretto commentare ricorsi patrocinati da altre organizzazioni, ma è bene chiarire una cosa: l'Anief utilizza il ricorso per ottenere giustizia, dopo che, non essendo rappresentativa, apre un dibattito, comunque in Parlamento attraverso le audizione e nell'opinione pubblica attraverso gli organi di stampa. Il ricorso è sempre fondato e motivato ed ha un fine sindacale di tutela di diritti soggettivi del personale della scuola e del diritto della collettività a una scuola migliore. Sul tema del precariato, era ed è evidente che la class action non può ottenere la stabilizzazione dei precari. Soltanto il giudice del lavoro ha il potere costitutivo del rapporto di lavoro.


D. - Secondo lei, cosa dovrebbero allora fare i precari "storici" della scuola, con almeno 3-4 anni di supplenze alle spalle, per essere assunti o almeno indennizzati dopo che la Cassazione sembrerebbe aver spazzato via le speranze?
R. - Inviare una semplice denuncia alla Commissione UE per la violazione della direttiva comunitaria 1999/70/Ce così da richiedere l'attivazione di una nuova procedura d'infrazione che possa far cambiare idea ai giudici della Cassazione, convinti della legittimità di un intervento derogatorio del legislatore italiano sulla materia dell'attribuzione dei contratti a termini per i precari della scuola. In questo modo, sarebbero confermate le diverse sentenza di primo grado, molte ottenute dall'Anief, di condanna al risarcimento danno o alla stabilizzazione degli stessi precari. Infine, si potrebbe ricorrere al giudice del lavoro per ottenere il rispetto degli impegni assunti con l'Europa. Potrebbero passare mesi, anni. Ma l'erogazione delle borse di studio ai medici specializzandi del 1982 e 1989 fa ben sperare. È bene sapere che quando si riscontra una violazione del diritto comunitario, alla fine si ottiene giustizia.

D. – Anche se certe sentenze continuano a tutelare i diritti dei lavoratori, come quella dei giorni scorsi della Consulta che ha cancellato la sottrazione del 2,5% dello stipendio a favore del Tfr, l’impressione è che negli ultimi anni il “clima” a favore dei ricorrenti sia cambiato in peggio: quanto può pesare sul giudizio dei giudici, che influisce su una grande mole di lavoratori e di soldi dello Stato, la difficile situazione economico-finanziaria che si vive in questo momento?

R. - E' ovvio che la recente sentenza che dichiara incostituzionale il blocco degli automatismi di stipendio per i giudici, il prelievo del 5% sopra una certa soglia di reddito, la trattenuta del 2,5% per la costituzione del Tfr sugli stipendi dei dipendenti pubblici ha un grosso impatto sociale, ma il diritto al lavoro, a una giusta retribuzione proporzionale allo stipendio, a un contratto, sono costituzionalmente protetti e non possono essere barattati sotto il diktat dei mercati. Dovremmo rinnegare, forse, un giorno, la nostra democrazia perchè non possiamo più pagarcela?

 

D. – Parliamo del concorso per dirigente scolastico, avviato un anno fa ma “appeso” alle sentenze programmate per il prossime mese di novembre: l’Anp non ha nascosto apprezzamenti per il respingimento del Tar del Lazio del ricorso di alcuni ricorrenti privati. Che ne pensa?

R. - Un sindacato non dovrebbe mai esultare quando sull'esito di un ricorso c’è ‘puzza di bruciato’. Anzi, dovrebbe avere il compito di chiedere certezza per salvaguardare l'interesse pubblico a selezionare i migliori secondo prove serie, corrette e non errate, tanto più se vi sono interrogazioni parlamentari sulla presenza di suoi dirigenti nelle commissioni concorsuali. Premesso questo, oggi il sindacato non ha più potere contrattuale perchè i contratti sono bloccati e fino al 2015 può soltanto ricevere informative e mantenere i privilegi in termini di distacchi o risorse. L'unica strada per richiedere il rispetto del diritto rimane il ricorso la tribunale, come la Costituzione prevede.

 

D. – Quindi l’unica strada percorribile è quella del ricorso seriale?

 

R. – Non sempre. Bisogna infatti stare attenti, perchè i ricorsi devono essere sempre fondati, se no, si rischia di essere condannati alle spese, tanto i ricorrenti quanto i contro-interessati o le amministrazioni convenute. Un esempio, lo ha dato la stessa Anief quanto ha ottenuto la condanna del Miur al pagamento di 5.000 per ogni ricorso sull'inserimento a pettine dei ricorrenti. O quando continua a ottenere 2.000 euro, in media, di condanne alle spese, sui posti accantonati in questi giorni dai giudici del lavoro.

 

Fonte: Tecnica della Scuola